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giovedì 19 luglio 2018

Il silenzio




Vivevo sulle strade di Mosca. Da qualche tempo avevo perso mia mamma e, quasi di conseguenza, la nostra casa. Ne avevo trovate altre di case, però: la sorte si rimise in piedi, in un regalo di quella solidarietà unica dei momenti tragici.
Quel punto e a capo da cui ricominciare. Del resto ero giovane e forte: non c’erano motivi per lasciarmi andare. Forse l’avrei fatto, se fossi stata sola: sarei andata vicino al fiume, e mi sarei lasciata trascinare dalla corrente.
Avevo però molte case e molte famiglie: il sabato e la domenica li passavo al ristorante di zio Serjei. I camerieri lasciavano sempre per me un buon piatto e perfino il proprietario mi donava un sorriso, una parola buona. Il lunedì mi apriva le porte il professor Romanòv e trovavo anche il piccolo Ivan a corrermi incontro e, in un certo senso, mi prendevo cura di lui.
Quando lo facevo, stavo meglio anche io. Pensai che forse era per questo che mi volevano bene: voler bene a qualcun altro è un modo per prendersi cura di sé. Il martedì e il mercoledì mi faceva compagnia il prete di quella piccola chiesa di periferia. Aveva una barba buffa, una voce calda e regali semplici. Infine, il giovedì e il venerdì li passavo alla scuola elementare: stare tra i bambini era bellissimo. In ogni riso e in ogni grido vedevi il futuro della città, la sua vera vita.
Godevo della ripetizione delle circostanze, del calore della routine: non l’ho mai trovata noiosa. Ogni giorno ti dava qualcosa di diverso, eppure seguiva una coerenza familiare che ti teneva come tra calde coperte: ti coccolava. Un giorno, poi, vennero dei signori strani: mi trovarono tra il ristorante e la casa del professore e mi portarono su un camioncino poco lontano, non so bene dove. In qualche modo sapevo che ero costretta, ma anche queste nuove persone erano gentili.