
Vivevo sulle strade di Mosca. Da qualche tempo avevo perso mia mamma e, quasi di conseguenza, la nostra casa. Ne avevo trovate altre di case, però: la sorte si rimise in piedi, in un regalo di quella solidarietà unica dei momenti tragici.
Quel punto e a capo da cui ricominciare. Del resto ero giovane e forte: non c’erano motivi per lasciarmi andare. Forse l’avrei fatto, se fossi stata sola: sarei andata vicino al fiume, e mi sarei lasciata trascinare dalla corrente.
Avevo però molte case e molte famiglie: il sabato e la domenica li passavo al ristorante di zio Serjei. I camerieri lasciavano sempre per me un buon piatto e perfino il proprietario mi donava un sorriso, una parola buona. Il lunedì mi apriva le porte il professor Romanòv e trovavo anche il piccolo Ivan a corrermi incontro e, in un certo senso, mi prendevo cura di lui.
Quando lo facevo, stavo meglio anche io. Pensai che forse era per questo che mi volevano bene: voler bene a qualcun altro è un modo per prendersi cura di sé. Il martedì e il mercoledì mi faceva compagnia il prete di quella piccola chiesa di periferia. Aveva una barba buffa, una voce calda e regali semplici. Infine, il giovedì e il venerdì li passavo alla scuola elementare: stare tra i bambini era bellissimo. In ogni riso e in ogni grido vedevi il futuro della città, la sua vera vita.
Godevo della ripetizione delle circostanze, del calore della routine: non l’ho mai trovata noiosa. Ogni giorno ti dava qualcosa di diverso, eppure seguiva una coerenza familiare che ti teneva come tra calde coperte: ti coccolava. Un giorno, poi, vennero dei signori strani: mi trovarono tra il ristorante e la casa del professore e mi portarono su un camioncino poco lontano, non so bene dove. In qualche modo sapevo che ero costretta, ma anche queste nuove persone erano gentili.