Visualizzazione post con etichetta Fiavole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fiavole. Mostra tutti i post

sabato 5 ottobre 2019

Favole, fiabe...fia... fiavole! Fiabole, Fabole!


Qui raccolgo alcune... fiavole. Un misto tra fiabe e favole. A proposito... voi l'avete mai capita la differenza tra i due termini? Sì? Bravi! Io non proprio, seppure una idea semplice semplice me la sia anche fatta. Questa qua: entrambe - fiabe e favole -derivano da "fabula", "fari", quindi "raccontare". E fin qui è chiaro: sono entrambi racconti. Yeah! Se vogliamo specificare oltre, potremmo dire che la favola riguarda di più la morale, gli animali resi animati - bella forza, eh! -  (in stile Narnia, sì) e antropomorfizzati (quella roba lì per cui si danno agli animali i difetti degli uomini, per poi poter dire "ah, è testardo come un mulo" ad un uomo, invece di dire "ah, è testardo come un uomo!" ad un mulo). Insomma, sono in qualche modo popolari, educative, e realistiche: non nel senso che siano reali, ma che di norma non prendono di mira orchi, maghi, streghe e quelle robe lì che, detto per inciso, a me piacciono un casino. Che poi, uno potrebbe obiettare: perché, gli animali che parlano sono realistici? Oh, sono il primo a dire che la suddivisione è fittizia, senno mica creavo una sezione per le fiavole, no? Ma facciamo finta di seguire la norma per un po'.
La fiaba, invece, ci prende a piene mani dagli elementi fantastici: fa il bis di streghe, draghi, idre e così via. Se ne frega o quasi dalla morale, ed è meno connotata da elementi pedagogici. La cosa interessante, è che nessuna delle due forme narrative (che parolona!) è ad uso esclusivo dei bambini come si crede: ci sono similfavole - come il piccolo principe - che sono in realtà dedicate agli adulti: vogliono risvegliare il bimbo che c'è in loro... o semplicemente togliere un po' di polvere dalla testa, dalle idee, dai sogni. Le fiabe, a loro volta, spesso venivano raccontate davanti al fuoco, o durante lavori manuali come la tessitura e simili - ed in specie dalle donne - per intrattenersi, stimolare la fantasia, e viaggiare con la mente sul filo della creatività oltre a quello del tessuto. Vuoi dire che è per quello che le storie all'osso le chiamiamo anche "Trame"? Come i fili orizzontali sul telaio, appunto. Ad ogni modo, quando arrivo in qualche modo a spiegare la differenza tra fiabe e favole poi mi domando sempre: ma non era il contrario? Così, come avrete del resto intuito dal titolo della pagina, ho eliminato il problema alla radice, unendo i due termini. Così posso mettere il fantastico nelle favole, la morale nelle fiabe, o mescolare il tutto come credo! Non so quindi se son fiabe o favole (a volte mi viene anche fiave!) ma fiavole o fiabole, o fabole o...

mercoledì 28 agosto 2019

Democrazia perfetta




Dopo tanto lottare, avevamo finalmente raggiunto la democrazia: c'era voluto molto tempo e molto impegno, ma ce l'avevamo fatta. Il plurale qui è necessario e dovuto: democrazia significa proprio governo del popolo: la decisione spetta alla maggioranza.
È un meccanismo molto semplice ed efficace, e l'uomo, dopo anni, anzi secoli di tirannia, monarchia e svariate rivoluzioni era arrivato ad inventarlo. In teoria, già da molte decadi si era giunti a quello sviluppo politico moderno della democrazia rappresentativa, già esistente in moltissimi stati occidentali, ma un po' anche in tutto il mondo odierno.

Ora, però, era qualcosa di molto di più

venerdì 17 agosto 2018

Il ponte






Una volta mio padre mi portò a vedere un vecchio paesino. Lui lo chiamava “borgo”: non so cosa voglia dire di preciso, ma in quel paese c’erano case molto antiche, strade molto strette, e mura di cinta (sono quelle che circondano il borgo, il vecchio paese, appunto) molto grandi e solide.
C’erano molte botteghe (che è un modo particolare di chiamare dei piccoli negozi, che pare, mio padre ed altre persone utilizzano quando chiamano i negozi in posti come quel borgo) che vendevano di tutto un po’: dal pane, ai francobolli, agli aquiloni. Me ne ricordo uno bellissimo, grande e colorato, sembrava avere due grandi ali che mettevano perfino in ombra una parte del negozio (o della bottega), ma quell’ombra faceva risaltare, ossia rendeva più bella, l’altra parte della bottega.

Però non voglio raccontarti delle botteghe del borgo, o degli splendidi aquiloni che vidi quel pomeriggio con mio padre. Voglio invece raccontarti del ponte. Sì, perché quel borgo era collegato ad un altro borgo da un ponte straordinario e del tutto particolare.
La cosa era più o meno così: alla fine del borgo, appena oltre il muro di cinta, c’era un prato verde e, dopo una decina di passi, iniziava un ponte molto, molto lungo. A dir la verità, di questo ponte quasi non si vedeva la fine. La si intravvedeva: ossia, la vedevi più con la fantasia e l’immaginazione che con gli occhi. Guardare verso la fine di quel lungo ponte era un po’ come immaginarsela, o progettarla. Come quando disegni una linea su un foglio: a scuola ti spiegano che la linea è infinita, ma tu puoi tracciarne solo una parte: tutto il resto non lo fa la mano, o la penna, o la matita con cui stai tracciando quella parte di riga: il resto lo fa la tua fantasia. La matita ha una fine, non la tua immaginazione.

La paura




Quattroangoli, era un paese strano. Non aveva proprio la forma di un quadrato o un rettangolo, ma aveva sicuramente quattro angoli. Probabilmente non aveva una forma precisa e regolare, ma sicuramente era divisibile per quattro: come una torta imperfetta ma equa.
Era un bellissimo paese. Non tanto grande, ma tanto, tanto diverso e vario. Ogni angolo era differente dagli altri: c’era natura, cultura, posti dove fare comunella e altri dove pensare. E c’era anche un grande mistero e la paura.

Infatti, in uno dei suoi angoli, c’era un bel bosco ed un lago, e poche case: la natura sembrava invadere ogni cosa. O forse, la natura non invadeva proprio nulla: era semplicemente dove doveva stare. Le case, le abitazioni e i pochi edifici in questo angolo stavano ben tra le piante, l’erba ed i boschi: a volte, tra edifici ricoperti d’edera, foglie e glicini non sapevi dove finiva la natura e dove iniziava l’opera dell’uomo.

Un altro angolo era l’angolo dei divertimenti: c’era il cinema, una palestra pubblica e gratuita, un teatro all’aperto e una grande piazza dove gli abitanti di Quattroangoli potevano incontrarsi per chiacchierare, raccontare storie e giocare. Lì in mezzo, c’era anche una grande cassa con dei palloni da utilizzare in caso di bisogno, per così dire.


L'anziano e il bambino


L’anziano e il bambino



Alessandro, un ragazzino di circa otto anni dai bei capelli rossi e gli occhi chiari e vispi - da tutti chiamato Alex – stava passeggiando con la mamma presso un lungo marciapiede, non distante dalla riva di un piccolo lago. Era uno dei primi giorni d’estate e quella stava diventando una sorta di routine che avevano abbandonato durante il resto dell’anno. D’estate in un certo senso ci si risveglia, per questo genere di uscite all’aperto, e forse anche per altro.
La stessa routine, o una molto simile, ma più quieta, l’aveva un signore anziano, con un gran cappello di paglia in testa ed una vecchia camicia indosso: doveva abitare giusto dall’altra parte della strada. Alex l’aveva visto spesso: se ne stava seduto su una panchina sotto un gran pino che gli faceva ombra, nel pomeriggio tardivo. Bastone posato al suo fianco, una borsa con l’acqua vicino e un libro sulle ginocchia: gli occhi, solcati da rughe ed occhiaie, assorti sulle pagine e l’inchiostro, dietro spesse lenti degli occhiali con montatura a tartaruga.
Di norma Alex e la mamma passeggiavano per una mezz’ora su quel bel tratto pedonale, e spesso sua madre si fermava a chiacchierare con qualche amica o qualche conoscente che trovavano durante il percorso.
Quel giorno, Giulia – la madre del bambino, appunto – si era fermato qualche passo dietro ad Alex, fermandosi con un’ amica che non vedeva da parecchio tempo: il bambino già intuiva che ci sarebbe stata parecchio: sospirò, fece qualche saltello sul posto, poi si mosse, incuriosito, poco più avanti, verso l’anziano seduto sulla panchina.

giovedì 19 luglio 2018

Fantasia

  • Questa è la storia di Stefano, un nonno, uno di quelli col gilè sul petto e la pipa in mano, e di Arianna, una ragazza priva di fantasia.
    Stefano aveva avuto una vita modesta: aveva lavorato come impiegato di banca, e non si era mai mosso da casa, ma era riconosciuto da tutti come una persona gentile e accogliente. Da quando era andato in pensione, aveva iniziato un’attività singolare: radunava dei bambini disadattati in un salone, e li stimolava a raccontare storie. Una sorta di centro di recupero adolescenziale basato sulla scrittura creativa.
Lo scopo non era tanto quello di trasformare i ragazzi in scrittori professionisti, o di rendere famose le loro storie, ma quello di rendere piacevole una singola storia: la loro. Fu per quella sua passione che Stefano finì per essere chiamato ‘Cavastorie’: una sorta di versione buona del dentista.
Con una certa ispirazione (non quella della pipa, che non va inspirata) aveva chiamato questa sua idea “Samar”: la parola con cui gli arabi chiamano il parlare nella notte, arte di cui Sherazade è maestra. Il tempo di maggior attività per Stefano erano le feste di Natale: i bambini erano a casa da scuola e i loro genitori li portavano volentieri da quell’eccentrico vecchietto.

L'uomo di sapone

C’era un uomo fatto di sapone. Tu sai come funziona il sapone vero? Il sapone porta via lo sporco, sì, ma sai come funziona? Ci si lava con l’acqua, fa la schiuma e porta via lo sporco. Bene. E’ così, non è che dica di no, ma per farti capire la storia dell’uomo di sapone, devo essere un po’ noioso. Sì ne vale la pena. E’ un po’ come quando sei lì lì per finire il secondo e poi arriva il dolce, quello che preferisci. Quello che muovi prima il cucchiaio su e giù per anticiparne l’arrivo in tavola, mentre schiocchi la lingua e in bocca hai un sapore d’impazienza. Allora, il sapone è fatto di due parti. Davvero. Una è, per così dire, amica dell’acqua. L’altra, invece; be’, l’altra invece no. Una parte si abbraccia all’acqua, l’altra, invece, scappa via.  Ecco, la parte che non scappa via dall’acqua, si abbraccia allo sporco, per così dire, e lo porta via, perchè, intanto, la parte amica dell’acqua si è abbracciata a lei e guida tutto il resto.Come dici? Sì, è un po’ come quando porto via la mamma dalla zia Rita. La allontano dallo sporco.

Vedi, quest’uomo di sapone, era anche lui di doppia natura. Una parte era dolce, schiumosa, amante dell’acqua. L’altra, era vischiosa, scivolosa, a volte sinistra, frequentava cattive compagnie. Sì, un po’ come zia Rita. Ma anche peggio.

Tutto questo, faceva sì che l’uomo di sapone fosse davvero una strana persona. Come dici? Be’, è vero, già il fatto che fosse di sapone è abbastanza strano. Ma ti giuro che ci sono cose anche più strane. Comunque, all’uomo di sapone capitava quindi di frequentare i bassifondi delle città. Una sua parte si trovava magnificamente nei sobborghi, tra gente insomma poco per bene di quella che tipo la mamma ti direbbe di non accettare da loro le caramelle. Ma… una parte di lui rimaneva distaccata. Non riusciva ad ambientarsi. Un po’ come me alle feste di zia Rita o tu ai compleanni di Claudio. Dove insomma ci devi andare per forza ma non conosci nessuno e ti senti nel posto sbagliato e poi ti dicono quella frase davvero fastidiosa. “Ma dai…divertiti!” come se avessimo un tastino dietro la schiena che lo schiacci e pam, sprizzi gioia da ogni poro. Pessimo.

mercoledì 24 aprile 2013

Il Gioco della Guerra



Hybris convinse i suoi amici a giocare a questo nuovo gioco. Tranne Pietas. Non era per lui.
Per prima cosa, i bambini si radunarono in una piazza.
Ogni bambino aveva una torcia, ed era corazzato di tutto punto. Stivali di papà, un coperchio di pentola come scudo, un cucchiaio di legno e qualche coltello da cucina come arma. Qualcuno in testa aveva un elmo: uno scolapasta, o un casco del fratello più grande.C’era anche qualche cane, per rendere il gioco più divertente.
Che bello! Oggi si gioca alla guerra!
Hybris urlò sopra i suoi amici, in piedi, vigoroso e forte sopra un albero, sovrastava tutti gli altri. Era il più forte, senza dubbio. Era il loro capitano, senza dubbio. Spiegò loro la strategia militare. Si trattava di conquistare il forte nemico: superare il recinto del parco giochi, dove stava in difesa l’altra squadra. Loro dovevano attaccare.
La strategia di Hybris era semplice. Dividersi in due gruppi d’attacco. Il primo sarebbe andato allo scoperto contro i difensori, distraendoli, e seminando più paura possibile. Il secondo sarebbe passato per il boschetto che porta al parco, entrando da un foro della rete che una spia gli aveva illustrato. Entrati, avrebbero approfittato della confusione fornita dal primo gruppo, e avrebbero fatto un massacro.
Certo, il piano di Hybris era dispendioso, ma efficace. Il primo gruppo era concepito come un diversivo, e aveva più o meno la funzione del verme attaccato all’amo: un’esca, carne da macello. Il secondo avrebbe sfruttato il sacrificio, e non avrebbe fatto prigionieri.
Altrimenti dove sarebbe stato il gusto?  l’ebbrezza?  Si doveva finire. Questo era chiaro a tutti.
Il capo sapeva come infiammare i soldati. Gridò che il nemico non avrebbe avuto speranze, che la rete del parco giochi non era così dura. Che si sarebbero conquistati l’onore sul campo, e avrebbero portato a casa la vittoria in un baleno. Chi non fu convinto dalle parole, lo fu da quel buon vino che Hybris aveva preso dal padre. I bimbi si sentivano una persona sola. Alla prima ora della battaglia festeggiarono la vittoria dell’ultimo giorno. Per inebriarsi prima dello scontro, presero una ragazza per sfogarsi un po’.
Al tramonto, tutto era pronto. I bastoni levati, i sassi pronti, le lame scintillanti.
Il primo gruppo caricò contro la difesa appena fuori dal parco. I primi caddero per le pietre nemiche. La difesa li aspettava, e aveva mandato i cani a sbranarli. Poi caddero trafitti dai coltelli di mamma e dall’attizzatoio di papà. C’erano piccole teste rotte, dita che correvano. Gli occhi lacrimavano per i cuori che esplodevano. Solo pochi riuscirono ad entrare nel parco, con la sola forza della disperazione. La difesa, presa dall’ansia della vittoria, si scatenò contro quelli a terra. Il loro capo aveva ormai la vittoria in pugno, quando il giavellotto di Hybris lo trafisse alla gola, spezzandogli il collo ed esultanza all’unisono.
La difesa non s’era accorta del secondo gruppo, troppo presa nello scontro frontale.
Mentre i suoi bambini tranciavano arti e insanguinavano il parco. Hybris, il più forte, sfidò il campione della difesa, davanti ai suoi uomini. L’altro sapeva che avrebbe perso, che gli toccava morire, ma non aveva scelta. Erano le regole del gioco. Fece in tempo ad estrarre l’arma, che il martello di Hybris gli spaccò il cranio. Breve fu la sua gioia, che un nemico alle spalle gli tranciò un ginocchio, buttandolo a terra. Hibrys implorò il suo avversario. Pregò che gli salvasse la vita, piangendo; ma Pietas non fece parte di quel gioco. Non era per lui.
Gli adulti trovarono all’indomani i resti dei propri figli nel parco. Solo dall’esterno, si può capire quanto poco la guerra sia un gioco.

giovedì 28 febbraio 2013

La neve e la piazza

Per un sottofondo:


La neve e la piazza


In una piazza affollata, ma confusa, un giorno si incontrarono due vecchi volponi. Stavano su una sorta di piedistallo, non poi tanto giusto, ma oramai presente. Non tanto stabile, specie per la folla di sotto in confusione, ma loro sembravano star bene lì. Consapevoli o meno della loro situazione.

Entrambi avevano una bandiera. Dietro la bandiera, alcuni appunti: delle liste, cose da fare nel prossimo futuro e in quello meno prossimo.
Le bandiere erano belle, ogni volpone ci teneva tanto alla bandiera che portava.
Forse troppo.

Ma le bandiere erano anche brutte: perché, da una parte, nascondevano le parole incise dietro di loro. Dall'altra, erano così ampie che impedivano ai due volponi di vedere tutta la folla della piazza: confusa, ma ansiosa e speranzosa. Forse piena di difetti, ma sempre viva. E per chi non lo sapesse, ogni vita è irripetibile. Non è mai bello calpestarla, o ignorarla, solo perché ha fatto qualche errore. Perché è uno scrigno potenziale di cose che non torneranno più.

Quelle bandiere, non nascondevano solo le parole che avevano incise sul retro, e la folla che guardava i due volponi, ma non permettevano neppure ai due di guardarsi.

Così, i due volponi si guardavano le scarpe, senza veramente guardare la folla, né il proprio interlocutore. Avevano belle scarpe(anche se avevano qualche toppa, entrambe le paia). Ma non sapevano chi le avesse più belle. Così litigavano per quelle. Ognuno diceva che la folla si era radunata per vedere le sue scarpe. "Guarda quanta gente! Vengono per vedere le mie scarpe!" "Ma no! Vengono per vedere le mie!" "Ma allora sono stupidi, non capiscono niente, come si fa ad ammirare delle scarpe così!" "E' colpa tua, le tue sono scarpe fosforescenti e attirano gente, ma in realtà sono orribili! Sei un menzognero!""Ma sono così perché il tuo calzolaio, vent'anni fa, ha prodotto i materiali sbagliati. Troppo colorati, troppo farlocchi. Ci credo che è fallito, poi!" "Ma no, è colpa del tessitore che, 25 anni fa, ha intessuto la stoffa sbagliata, la pelle più brutta!"

E ovviamente continuarono così, per questa via.
La folla li guardava, senza sapere davvero che fare. E una folla non è mai una vera folla: è composta da tanti singoli individui. Per fortuna. Perché una persona, è irripetibile. Ma una folla, è una cosa che si ripete spesso: è così noiosa!

Qualcuno tra la folla scriveva dei piccoli bigliettini come dei post_it, di tanti colori diversi, poi li lasciava andare nel vento: fissava per un po' il suo bigliettino sperdersi nel cielo, poi non se ne curava più: per un attimo si concentravano sul piedistallo dei volponi, sul cielo stesso, poi tornava a far niente. Come se tracciare quel post-it fosse l'unica cosa che potesse mai fare.

Alcuni tra la folla urlavano che le scarpe del primo volpone erano talmente belle - come del resto la sua bella bandiera - che non era neanche il caso di fare un confronto, di discuterne. Altri si limitavano a insultare il secondo volpone perché aveva delle scarpe troppo nuove, non sapeva apprezzare le regole della moda. E certe cose, accipicchia, vanno rispettate. Altri ancora, arrivavano a dire che le scarpe del primo volpone erano brutte (o troppo piccole), per colpa delle scarpe del secondo volpone, che erano troppo appariscenti (o troppo grandi) e viceversa.
Altri ancora, quasi tremanti, puntavano il dito contro il piedistallo in mezzo alla piazza, dove stavano i due volponi, e facevano notare che se continuavano a litigare, sarebbe caduto e, per la cronaca, caduto sulla folla.
Altri ancora gridavano che quel piedistallo proprio non dovrebbe esserci.
Certi altri, ancora, urlavano che quel dannato piedistallo farebbe bene a cadere, ma possibilmente un po' più in là.


In tutto questo caos, come per aumentarlo (o forse no) arrivò una gelida bufera: era tremenda, spazzava via i pochi abiti della folla confusa, che si mise a tremare per il freddo. La neve scese a coprire i lustri e le statue della piazza, ed il vento scuoteva anche il piedistallo su cui stavano i due volponi.
Alcuni piansero, vedendo le statue nascoste nella neve: quella bellezza sprecata, perché nessuno poteva più vederla. Ma la maggior parte nemmeno se ne accorse. Pensava che l'unica cosa da guardare fosse quel piedistallo.

Allora la folla gridò ai due volponi che con quella bufera avrebbero fatto bene a decidersi, altrimenti sarebbero congelati tutti.

Alla fine, non si seppe bene come finì tutta questa strana storia.
Come sempre, in tutte le cose c'è una versione ufficiale, ed una ufficiosa. E di solito non si è mai d'accordo su quale sia quella ufficiosa, e quale sia quella ufficiale.

Qualcuno dice che alla fine la bufera divenne ancora più gelida, trasformò in statue di ghiaccio (immobili, ma ancora col pensiero del litigio nel cervello di brina) i due volponi, e sterminò gran parte della folla.
Qualcun altro dice che la bufera portò via le due bandiere. Le disperse nel vento. Ed allora, allora i due volponi furono costretti ad alzare lo sguardo dalle proprie scarpe: alzarono i visi e videro le scritte dietro alle bandiere.

Notarono che, oltre la parte anteriore, quelle bandiere portavano scritte, liste e progetti in parte simili. E allora smisero di litigare. Non son mica diventati amici, sarebbe una cosa un po' falsa. In fin dei conti erano volponi molto diversi, con bandiere diverse. Ma smisero di guardare solo la parte anteriore, di quella banidera, e cucirono, di volta in volta, le parole che si assomigliavano, a formare un racconto caldo, che potesse scaldare almeno un po', da quella tremenda bufera.

Altri ancora, dicono che invece ad un certo punto la folla se ne andò. E i due volponi rimasero a litigare e congelare sul loro piedistallo. E neanche si accorsero, di non avere più una bandiera, e che i loro piedi erano nudi.

martedì 26 febbraio 2013

Le lacrime di Montorfano



Montorfano. Perché Montorfano? Perché un tempo il monte, sì, quello che assomiglia un po'ad un brontosauro addormentato, un po' ad una tartaruga senza testa, era legato ai monti di Brunate. Un tempo. Poi litigarono. O forse fu un movimento terrestre. Una scossa. Una cosa così. E si separarono, da allora quel monte è un monte solo: un monte orfano. Tutto vero? Alle volte. Perché la verità è una cosa così. Un momento. È qualcosa che percepisci vera, essenziale, netta in un dato momento... come una crepa nel ghiaccio che poi viene ricoperta da una nuova notte di freddo. O un'increspatura nel lago che presto svanisce, per ricomporsi altrove, un poco più in là. Uguale e diversa. Tu di' una frase... ed aspetta che sia vera. Quando l'onda passa, sentirai il bisogno un'altra increspatura, e per un po' sarà più vera di prima. Per dire, Montorfano si chiama Montorfano perché è sempre stato solo. Guardava gli altri monti e si sentiva diverso, triste, malinconico. Tutti con la loro mamma, e lui abbandonato a sé stesso. Senza uno straccio di roccia per farsi compagnia, e per giocare con gli ululati del vento alla sera. Era immensamente triste. Così un giorno, quando dei bambini gli chiesero come mai era così giù, lui gli raccontò la sua verità: si sentiva terribilmente abbandonato. Inesorabilmente solo. E allora pianse, pianse, pianse. E le lacrime scesero giù come una sorgente, fino a scavare una conca nel terreno e riempirla dell'amarezza del monte. Allora i bambini cominciarono a gridare: "Basta, non piangere Monte. Guarda, guarda! Non sei più solo". Orfano guardò in basso, e vide che ai suoi piedi era sorto un altro monte. Un fratello gemello, del tutto uguale a lui. E allora monte sorrise. E in effetti, ancora oggi, se lo guardi dalla giusta prospettiva, nel momento giusto, riesci a vederne le labbra verdognole, ed una fila di denti azzurri, un po' increspati.

domenica 16 settembre 2012

Il bene e la bontà

Quella notte il cane, il gatto, il topo si ritrovarono a casa dell’orso. Si trovavano sempre a casa dell’orso, in verità, perché aveva la casa più grande. La singolarità di quella notte, non risiedeva infatti nel luogo d’incontro, e neanche in qualche partecipante: quei cinque infatti si ritrovano ormai da anni per i loro simposi. Simposi, sì. Infatti erano tutti animali filosofi, e coltivavano il piacere d’incontrarsi, per scambiarsi le loro opinioni sugli argomenti più svariati. Decidevano qualche giorno prima di cosa parlare, e al giovedì sera s’incontravano: erano animali da giovedì sera, del resto. Quella sera l’argomento della sera era “il Bene”. Argomentazione importante, disse l’orso, che era solito iniziare il dibattito presentando l’argomento in modo pragmatico. Che cosa rende una vita buona? Domandò ai suoi ospiti. Il primo a rispondere fu il cane, ben certo di cosa dire: la bontà della vita era certamente il lavoro, per cui la vita migliore era quella dedicata esclusivamente al lavoro. Il gatto scosse la testa quasi con sarcasmo, replicando che sulla dignità e la bontà del lavoro ci si riempiva troppo la bocca. Spesso il lavoro duro e monotono rendeva acidi e schiavi gli animali (non disse per rispetto del suo amico che proprio il cane ne era una decisa dimostrazione). No, il Bene, con la B maiuscola, era senz’altro il divertimento. Il topo, guardò tutti gli altri, ma non disse nulla. L’orso interroppe allora il suo fastidioso silenzio, e disse che il Bene (sempre con la B maiuscola) era la meditazione, l’ascetismo. Sia il lavoro, sia il divertimento, non erano che beni effimeri: l’uno portava alla fatica e alla monotonia, l’altro all’ozio e talvolta alla depravazione. Il Bene, era nella beatitudine della meditazione. Nella pace dell’ascetismo. Poco dopo, nel mutismo continuo del topo, il gatto, l’orso e il cane cominciarono a litigare con foga: scappò anche qualche insulto e qualche scappellotto, in nome del Bene. Facevano tanto chiasso, che non sentirono neanche bussare alla porta. Il topo invece, autoescluso da quel dibattito, andò ad aprire: fuori c’erano due mendicanti, con le mani protese. Non fecero in tempo a dir nulla, che il topo portò loro la sua razione di formaggio del giorno (era un topo molto povero), ringraziandoli per il sorriso che gli venne dato in cambio. Si voltò con lo stomaco vuoto e il cuore pieno, guardando gli altri litigare. Ma non ci dava troppo peso: si sentiva bene.