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domenica 7 settembre 2025

Un posto segreto



Dalle radici coperte di foglie secche, i tronchi di due querce salgono verso il cielo sporco di nuvole e si scontrano a metà strada, come due ubriachi che si sorreggono. Mi chiedo quale cadrà per prima, ma tu diresti che deve essere un portale per i folletti; o forse, sono due angeli che si abbracciano in mezzo al bosco.

Sfrego la manica della giacca sugli occhi e mi fermo davanti a un cespuglio, grigio e malridotto come me. Piego la schiena e un'onda di bruciore mi attraversa le vertebre. Con la mano sposto un mucchio di foglie e recupero solo un paio di gallinacci ammuffiti. Sospiro e li butto nel cesto di vimini: la carne gialla dei gambi si spacca contro il reticolo di legno e rotola nel vuoto del paniere.

Mi appoggio al bastone e sfioro la E incisa sulla corteccia intagliata.

Il fiume oltre la valle taglia in due la conca in cui sprofonda il paesotto, incastonato tra due catene di picchi di cui non ricordo il nome. Le casette di pietra da qui sembrano una manciata di pezzi del presepe, sparsi sul muschio da un bimbo distratto. Per il fiume, il paese e le montagne tutto è sempre uguale, come non fosse successo niente. Ma nulla è rimasto come prima. Nulla lo sarà più.

Afferro il ramo pungente di un pino per raggiungere il sentiero.

Gli scarponi sporchi di fango scivolano sulle rocce. Oltre un capanno dei cacciatori diroccato spunta un albero ricurvo. Dicevi sempre che i porcini stanno all'ombra dei faggi e dei pini, vero?

Mi addentro tra gli alberi, e le suole affondano nel terreno molliccio: un rigagnolo d'acqua sporca lascia una puzza di stantio che aumenta a ogni passo.

Supero un cipresso e il prurito mi avvolge la faccia. «Dannazione!» Mi tolgo la ragnatela dalla guancia, con le nocche pulisco i baffi.

Sotto al faggio, un paio di lattine di Coca e una busta di carta giacciono sparse, formano un sorriso storto che emerge dal sottobosco. Quanto pesa il culo ai giovani d'oggi? Raccolgo tutto e butto nel cesto, insieme ai funghi rotti.

Col bastone smuovo le foglie presso il tronco, infilo la mano tra le radici. Tocco qualcosa di morbido, ma si sfalda tra le dita come muffa. Si sta facendo tardi e non sono riuscito a trovare niente. Maledetti funghi.

Al centro del ruscello una pallottola di schiuma bianchiccia si ferma sul bordo. La sfioro con il bastone: un passerotto morto galleggia sul pelo dell'acqua e lo stomaco mi si stringe. «Che schifo...»

Sono stufo: torno al sentiero e prendo a scendere. Dopo la prima curva, una sagoma spunta oltre un salice e il vento porta l'aroma dolciastro del tabacco.

Il Barba alza la mano nodosa verso di me. Lo zaino gli spunta dalla schiena, sopra la bandana rossa che gli avvolge quella coda grigia da finto ragazzino. Avrà cinque anni più di me, ma ne dimostra dieci di meno.

Si ferma a riaccendere la pipa e mi fa un cenno con il mento. «Carlo, hai intenzione di vincere la gara anche quest'anno?»

Sorrido e mostro il mio magro bottino. «Direi proprio che a questo giro non c'è rischio.»

Si gratta il collo, sopra la camicia di flanella e osserva perplesso il mio cestino. Il suo è pieno di porcini e ovuli rossi, così gonfi e lisci che sembrano già puliti.

«Ma l'anno scorso...»

Deve proprio insistere? «Non ero io quello bravo. Non lo sono mai stato.»

Annuisce deluso, neanche lo avessi offeso, ma prima che mi faccia altre domande lo anticipo.

Indico il suo cesto stracolmo. «Quelli dove li hai presi?»

Alza il bastone di betulla verso il sentiero alle mie spalle. «Là sopra, oltre il sasso a forma di piramide, magari qualcosa è rimasto.»

Certo, nella direzione opposta dalla quale è arrivato. Tutti uguali i fungiàt. «Posto segreto, eh?»

Un taglio di ceramica nella barba forma un sorriso sbilenco. Si sfiora la bandana. «Un pirata non rivela mai dove nasconde il tesoro.»

Già. «Be', io devo aver perso la mappa. Torno indietro.»

Mi saluta in uno sbuffo di fumo e prosegue sul sentiero. La sua bandana svanisce oltre un castagno.

Raggiungo il bordo del dirupo. Punto i piedi e guardo in basso: una spianata di rocce si apre oltre un tronco caduto. Il vento che filtra tra gli alberi mi carezza il mento e la vertigine mi alleggerisce la testa. Quel vuoto mi sembra d'improvviso desiderabile, ma la nausea mi fa indietreggiare. Non fare cazzate, Carlo.

Sistemo il paniere sulla spalla e scendo al paese. La brezza porta la musica degli alpini, ma mi arrivano solo note più tristi che stonate.

La fila presso l'alimentari di Ezio fluisce mentre mi avvicino. Al primo bidone dei rifiuti abbandono le lattine e supero la tenda di perline.

L'alimentari è un quadrato grande quanto una cucina. Le scatole di fagioli si arrampicano su ogni mensola ai lati e le bresaole penzolano sopra il piano dei formaggi.

Un tizio robusto con il basco in tweed davanti a me svuota il cesto di porcini sulla bilancia di Ezio: il suo tesoro non è grande quanto quello del Barba, ma poco ci manca.

Ezio stappa il pennarello e scrive 3, 9 kg sulla lavagna alle sue spalle, di fianco al nome di Alessandro: per ora è il terzo della classifica.

Il fungiàt guarda nel mio cestino, si copre la bocca ed esce di corsa. Cazzo ha da ridere?

Ezio si pulisce gli occhiali con il bordo della camicia. «Ciao Carlo. Consegni anche tu?»

«Sì, non è una gran giornata.»

Alza le sopracciglia e mi fissa dietro le lenti unte. «Sicuro? Guarda che hai ancora un paio d'ore.»

«Sicuro.»

Ezio butta i resti dei gallinacci rotti sulla bilancia: 127 grammi. Alza le spalle e non prende neanche il pennarello. «Carlo, l'anno scorso avevi vinto, non voglio segnarti oggi, non è il caso.»

Eh? Io è da stamattina che cerco, non è colpa mia se il bosco mi odia. «Segna comunque, ho partecipato. Ho... ho promesso che l'avrei fatto.»

«Ma avete sempre fatto una bella figura, ora davvero, lascia stare.» Prende i rimasugli del mio fungo con indice e pollice, neanche fossero infetti.

«Senti, segnami i miei 127 grammi. Che problema c'è?»

Abbassa lo sguardo. «Ti prenderebbero solo in giro, specie perché l'anno scorso...»

«L'anno scorso non ero solo, Ezio!»

Deglutisce e si sistema il colletto. «Lo so, ma...»

«Ascolta, era Elena quella brava. Lei parlava con i funghi, io... io parlavo solo con lei, e al massimo trovavo IL fungo.» Smuso verso la bilancia. «Segnamelo e basta..»

«Sotto il mezzo chilo non li segno, Carlo.»

Serro le palpebre a nascondere un formicolio agli occhi, sarà la cataratta. Riprendo il cesto con uno strattone: i resti dei gallinacci cadono a terra. «Per Elena era importante, io volevo solo...» Un magone mi sale alla gola e la mano mi trema.

«Carlo scusa, ma davvero, lo faccio per te...»

«Lascia stare. Ho capito. Non valgo abbastanza per voi.»

Fa per borbottare qualcosa, ma mi volto e calpesto i gallinacci in terra. Supero la tenda.

Vicino alla staccionata che delimita il pascolo dalla strada, un bimbo dalla zazzera rossa, seduto nel prato, smette di giocare con le biglie e mi fissa. I suoi occhi azzurri sono come il cielo terso di nuvole, ma tristi come chi non riesce più a vederlo. Faccio tanta pena?

«Fai anche tu la gara dei funghi?»

Scuoto la testa. «Sembra di no. Non ho trovato nulla di valore.»

«Ma c'hai ancora tempo, la conosci la ghiacciaia?»

«No, non sono di qui, anche se vengo tutti gli anni.»

Sorride e la tristezza nei suoi occhi scompare. In lui le emozioni corrono più veloci delle nuvole. Indica oltre la staccionata, verso il torrente. «Dopo il fiume, c'è un sassone bianco pieno di scritte, nella valle di sotto è pieno, davvero!»

Alzo le spalle. «Li avranno già presi, ormai.»

Il bimbo tira un pizzicotto alla pallina e la fa scorrere verso di me. «Non credo sai, i caccia funghi son tutti vecchi.»

Piego le ginocchia in uno scricchiolio e gli rilancio la biglia. «E quindi?»

La recupera e sorride. «I vecchi cercafunghi fanno sempre le stesse cose, e restano sempre al di qua del fiume. Dall'altra parte mica ci vanno.»

«Sono vecchio anche io,» sbuffo.

«Ma non sei un cerca funghi.»

Grazie per ricordarmelo. Carezzo la E sul mio bastone. «E come lo sai?»

Ride e indica il mio cestino vuoto. Pure lui deve prendermi in giro?

Afferro la staccionata. Oltre il fiume, gli alberi iniziano a tingersi di rosso. La giornata volge al termine; se solo la prossima avesse speranza di essere migliore, varrebbe la pena rallegrarsi.

«Ci metti poco, non ti preoccupare.» Raduna le biglie e le mette in un sacchetto di stoffa.

Mi alliscio i baffi. Sono sicuro di averlo già visto, ma non ricordo. «Come ti chiami?»

Fa un sorrisetto e mi guarda dritto in faccia, con la spavalderia dei pischelli. «Però se aspetti troppo diventa tardi. Ciaoo!» Scappa via verso il ristorante.

Che tipo.

E va bene, un ultimo sforzo. Sistemo il cestello sulla spalla e scendo verso il fiume.

Il torrente scorre sotto un ponte di legno e pietra. Il rumore dell'acqua sovrasta le poche voci dei turisti che scattano foto, e goccioline mi bagnano la faccia. Alcuni sassi emergono dalla schiuma bianca della corrente e brillano al sole ambrato del tramonto. Era questo il tuo posto preferito, vero? Sfioro il corrimano, appena oltre il ricordo delle tue dita.

Dopo il fiume, il sentiero entra nel bosco e riprende a salire, la parte facile è già finita.

La pietra bianca si erge sopra un gruppo di violette. Le scritte sulla roccia ci sono davvero... Spero ci siano anche i funghi.

Mi aggrappo a un bordo smussato della pietra. Oltre un declivio, si apre una vallata nel bel mezzo di un faggeto. Dubito che il Barba non abbia già fatto razzia, ma ormai ci sono.

Il sentiero è bello che finito, però, e la discesa è più ripida di quanto credessi.

Allora, peso a valle. Il bastone come punta, poso lo scarpone di lato e...

Il piede mi scivola e il ginocchio cede. «Cazzo.» Il sedere mi sbatte a terra, scivolo. Mi aggrappo a un ramo, ma anche quello si spezza e rotolo giù. «No!» Qualcosa mi colpisce alle costole e rantolo dal dolore. Rotolo e allungo una mano sull'erba, ma le dita scivolano nel terriccio. Non riesco a fermarmi!

Erbacce e rovi mi graffiano il viso e le fronde degli alberi si confondono. Un colpo alla nuca mi fa smettere di ruzzolare, la testa mi gira.

Sfioro il tronco di quercia che mi sostiene. Diavolo, sono in fondo alla vallata e ho uno scivolo di terra davanti a me.

Il pendio d'erba sporco di foglie mi vortica davanti agli occhi. Devo riposare un momento. Chiudo le palpebre e respiro piano. Il ronzio si affievolisce; poso i palmi a terra e mi lascio cullare dal buio e dal rumore del vento...



***



Un brivido mi accarezza la guancia: intorno a me è buio, ma un bagliore azzurro viene da poco lontano, oltre una coppia di faggi così vicini da sembrare un albero solo.

È sera, devo essermi addormentato. Pianto le mani a terra e mi rialzo. La schiena è ancora indolenzita, ma la nausea è passata. Il cielo è nuvoloso, da dove arriva quella luce?

Il dirupo sale verso il buio, non riesco a risalire di qui, devo trovare un'altra via. In pochi passi raggiungo la base della valle e mi muovo verso il bagliore. Scosto i rami pieni di foglie rosse e una luce violacea mi sorprende: viene da ogni punto della radura.

In un anello di prato e foglie cadute, presso i tronchi dei faggi e dei pini si ergono grossi funghi luminescenti. «Ma cosa diavolo...» Gallinacci azzurri, porcini dai riflessi blu e mazze di tamburo verdognole.

«Riesci a vedere ora? Riesci a vederli?»

Quella voce. Un formicolio mi serpeggia lungo la schiena, sale fino alle dita illuminate dell'azzurro di un porcino, presso un cespuglio di trifoglio.

«Hai perso il bastone. Lo sai che devi starci attento nel bosco: è la tua guida.» Un'ombra esile spunta oltre una betulla e scavalca un rigagnolo d'acqua chiara.

Non è possibile...

Indossa la lunga giacca di velluto verde che le ho regalato tanti anni fa, e il berretto che aveva quando l'ho conosciuta: dalle trame di lana viola escono capelli grigi e lisci. Sull'avambraccio ha il mio cestino e tra le dita il suo bastone.

Devo avere sul volto l'espressione più stupida del mondo. Perché mi riserva il sorriso che mi dedicava quando mi prendeva in giro: disegna due fossette ai lati della bocca sottile. Abbassa la testa e la frangetta irregolare le trema sulla fronte.

«Elena...»

Mi allunga il bastone e lo afferro. Faccio per sfiorarle la mano, ma lei si allontana. Inspiro e mi passo la manica sugli occhi, ma è ancora lì. Non ci sono dubbi, è Elena... ma una luce azzurrognola la circonda, e la sua pelle è più pallida di come la ricordassi.

«Non stare lì imbambolato, vieni.» Si avvicina a un castagno e si china sulle ginocchia. Dalla tasca della giacca recupera un coltellino. La lama dell'Opinel è fatta della stessa luce di quei funghi. Elena afferra il porcino e lo solleva con delicatezza, ruotandolo appena. Taglia il gambo presso il terreno. «Va tagliato alla base, per preservare il micelio.» Lascia scivolare il fungo nel cestino e si rialza. «Così hai buone speranze che rispunti nello stesso posto.» Mi fa l'occhiolino. Il viso le si illumina di quella felicità che la appagava sempre, quando trovava il primo tesoro della giornata. La stessa felicità per cui la seguivo.

Non riesco a muovermi, e il cuore mi rimbomba nel petto.

Elena mi chiama, cammina verso una roccia rossastra. Indica con il bastone un rigonfiamento tra le foglie. «Vedi qui, se uno non sta attento non ci fa caso.» Con il piede apre un varco nel fogliame e rivela una mazza di tamburo illuminata di verde. «È incredibile quello che ci lasciamo dietro per distrazione.» Toglie altre foglie e tre porcini gonfi escono dalle erbacce. «Mi dai una mano o resti lì a fissarmi?»

È proprio lei. La raggiungo e le prendo il cestino, per tenerglielo davanti agli occhi.

Il suo sguardo scivola nel mio ad assicurarmi che quello non sia un sogno, ma non riesco a crederci.

Accarezza il terreno con la lama e lascia cadere il fungo nel paniere.

«Elena, ma tu... tu sei...» Le lacrime mi scivolano sulle guance secche e la gola mi gratta.

Si slaccia il fazzoletto che porta alla manica e mi pulisce la faccia. «Lo so. Non fare lo stupido, Carlo.» La voce s'inasprisce di rimprovero, le labbra si aprono in una smorfia dolce e buffa: la sua. «Credi che basti questo a spezzare un legame, quando è vero? Che uno stupido infarto possa portarmi via?»

«Ma tu...» Le sfioro le dita, la luce della sua pelle scalda la mia. Lascio cadere il cestino e allargo le braccia.

Alza le sopracciglia e mi fissa, in attesa. «Se inizi a fare una cosa, poi devi farla sul serio.»

Sorrido e la abbraccio. La sua luce mi avvolge, sembra così fragile e leggera. Profuma di vaniglia e di bosco, come sempre.

Mi passa le mani sulla schiena e il dolore mi scivola via dalle ossa, strofina la guancia sulla mia e posa la bocca all'orecchio. «Sono come i funghi, Carlo. Mi troverai ovunque guarderai davvero.»

Sussulto e un formicolio mi scalda il petto. Una carezza leggera come la brezza mi sfiora la guancia. «Ma ora devi andare, hai ancora tanto da vedere.»

«No. Io non voglio andare.»

Ride, roca e forte, come faceva quando le raccontavo quelle barzellette che capiva solo lei. «Non fare il brontolone ora.» Si distanzia di un passo e fa scivolare la mano tra i miei capelli. L'altra indica la radura illuminata dai funghi. «Ora hai anche tu un posto segreto...» Con il bastone punta il cestino. «Coraggio, non hai mica finito.»

«Se inizi una cosa...»

«Esatto… Ma ricorda di farlo a modo tuo.» Sorride, e una piccola goccia di luce le scende dagli occhi.

Mi chino a prendere gli ultimi porcini e metterli nel paniere. «Questi sono davvero bellissimi, vero?»

Due fasci di luce colpiscono i tronchi e mi abbagliano. Mi copro il volto con la mano.

«Carlo, sei lì?!»

È il Barba. Mi volto, e un nodo mi si arrampica per la gola. Elena è sparita, e la luce dei funghi si è spenta. No!

Inspiro e mi passo la mano sul volto. Ti prego, ti prego… Riapro piano gli occhi.

Lei non c'è, ma il cesto di vimini è pieno di porcini e mazze di tamburo. Il suo fazzoletto è legato al manico.

Lo sfioro con il pollice. Non era un sogno, vero?

Un fruscio e dei passi si avvicendano poco più avanti, la luce di due torce torna a invadere la radura. Il Barba e il ragazzino dai capelli rossi scendono dalla collina. Là dietro deve riprendere il sentiero.

Mi sfioro la guancia senza ritrovare quel calore. E io che faccio ora?

La luce dei funghi si è dissolta, ma il cielo si è aperto e le stelle illuminano il bosco, assieme alle torce dei due.

«Carlo! Maledizione, ci hai fatto spaventare!»

Il ragazzino mi corre incontro. «Scusa, non pensavo ti perdessi!»

«Non mi sono perso... Anzi, credo di essermi trovato.»

«Oh!» Si ferma davanti al cestino. «Guarda quanti bei funghi!»

Il Barba lo raggiunge e gli spettina i capelli. Così vicini, si assomigliano un mucchio. Deve essere il nipote. «E questi dove li hai presi?»

Storco il labbro e alzo il bastone verso la collina dalla quale sono scesi. «Da quella parte, oltre la betulla piangente a forma di culla.»

Ridacchia nella barba e mi tira una pacca sulla spalla. «Stai imparando!» Mi osserva in una panoramica e annuisce. Recupera la pipa e se la accende. Deve essere il suo modo di verificare che stia bene. «Con il casino che è successo si sarà preoccupato anche Ezio.» Punta il beccuccio verso i porcini. «Se glieli porti credo te li segnerebbe, per la gara.»

Tiro su col naso e recupero il paniere. Voglio finire a modo mio. «No. Ma se volete, per ringraziarvi, posso prepararvi la cena: risotto ai porcini e mazze di tamburo fritte.»

«Sii!» Il ragazzino si alza e lascia cadere la pietra con cui si era messo a giocare.

«In marcia, allora.» Il Barba sbuffa un cerchio di fumo e si avvia per la collina. L'aroma dolciastro mi sfiora il naso e mi ricorda la vaniglia.

Lo seguo aiutandomi con il bastone e mi fermo in cima. Lascio che quei due si distanzino di qualche metro e mi volto a guardare un'ultima volta la radura: un ovale perfetto, tagliato da un piccolo ruscello e circondato da aceri, pini e castagni.

Funghi o non funghi, è davvero un posto bellissimo.

lunedì 14 giugno 2021

Un viaggio in treno

 


Al mattino il papà la trovò tra i colori, e con la sua parrucca bionda sopra i capelli nerissimi. Come avesse un nido giallo in testa.


Le sorrise: «Dai, andiamo!»

Delia aveva visto tanti treni, ma non ci era mai salita. Questo era così grande, ma così grigio! I treni lasciano la stazione come le navi lasciano il porto.


Lo percorsero da fuori, lungo la banchina: sembrava infinito, e loro erano all'ultima carrozza. Stavano per salire ma...


Il papà bisticciava con i biglietti: «Ho dimenticato di obliterare, incomincia a salire: arrivo!».


Delia salì sul treno, e vide il papà che prima correva verso la macchinetta in fondo, poi la stazione si allontanava: sembrò andarsene via, e così il suo papà.


Il cuore le batté forte: nel suo vagone sembravano tutti grandi, e tutti tristi. E quando è triste o ha paura, Delia disegna.


Ora, sui vetri del vagone: fiori e piante crescevano tra sedili e giornali, gli uccelli cantavano sui portaborse.


Nei sorrisi dei passeggeri Delia nascose la paura. Se avesse potuto, avrebbe colorato ogni vagone. In ogni vagone ci sarebbe stato un mondo, e in ognuno di questi ognuno avrebbe trovato il suo posto e non sarebbe più stato triste.


Dei rumori la distrassero: un uomo enorme vestito di blu si avvicinò a passi pesanti. Controllava che tutti avessero il biglietto e fossero abbastanza seri e composti.


 Delia mancava entrambe le cose: il cuore batteva, gli uccelli urlavano e i fiori tremavano.


Quando fu troppo vicino Delia corse sotto le gambe del controllore. «Fermati, bimba con quel nido biondo in testa!» ma lei correva per i vagoni, e il controllore la inseguiva.


Tra i vagoni i due corsero come corrono le nuvole, ma Delia inciampò e il controllore arrivò. «Dove sono mamma e papà e dov'è il biglietto? Perché hai sporcato tutto il vagone?! E che diamine hai in testa?».


«P-papà non è salito, ho solo fatto le cose più allegre e questa è per mio fratello» disse Delia, disegnando baffi viola al controllore, che la guardò serio, e sorrise, ma solo per un attimo, sotto quei baffi.


Il treno si fermò. Delia fu portata nella sala d'attesa della stazione: era fredda e buia. «Ora aspetti qui!» gridò il controllore. Fece per andarsene, ma allungò la mano. Delia, mogia, gli passò i pennarelli.


Ora era troppo sola e quella stanza troppo grigia. Delia non piangeva mai, ma quella volta lo fece.


Delia stava ancora aspettando e, quando stava per allagare tutta la stanza, il controllore tornò. «C'è qualcuno per te» disse sotto i baffi viola. La porta si aprì...


ed entrarono papà, mamma ed il fratello Mirco. Bianco in volto, senza capelli, ma sereno.

Delia gli saltò in braccio, si tolse la parrucca che aveva fatto per lui e gliela mise in testa.


Poi tutta la famiglia e il controllore colorano la stanza: alberi, soli, sogni e farfalle.


Non avrebbero più permesso che qualcosa la rendesse di nuovo grigia.


I due fratelli si abbracciarono e, nello specchio della stazione, Mirco vide il suo volto sorridere, poi, tutto il percorso che lo aveva condotto lì.


Mirco e i suoi genitori trovarono sulla banchina ad aspettarli un omone enorme vestito di blu, con degli strani baffi viola sotto il naso, che li accompagnò davanti alla porta della sala d'attesa.


Fu quando salirono sul treno, che il padre di Mirco ricevette la telefonata di un controllore delle ferrovie: era lungo il viaggio, e scesero a quella stazione.


Non era né premuroso né saggio, ma Mirco non volle sentire ragioni: volle partire subito per cercare Delia. Il padre credeva sarebbe arrivata all'ospedale prima di lui, ma forse era ritornata a casa per paura. 


Nella stanza, dopo lunghe ore di cura e poi di stancante riposo, Mirco e sua madre non aspettavano altro che Delia, ma arrivò, trafelato e spaventato, solo suo padre. Chiese come stava Mirco (era stanco e molto triste) ma raccontò che Delia era salita sul treno da sola, e l'aveva persa.


Quello che davvero non si aspettava, era che la sorella lo avrebbe curato con una donazione. Mirco non comprese bene: ma qualcosa che era nel corpo di Delia sarebbe entrato dentro di lui, e lui sarebbe lentamente guarito. Non era qualcosa di sicuro, ma bisognava provare. Per cui un giorno partì con la madre e andò in ospedale per l'ultima cura.


Le cure che Mirco fece erano davvero difficili. Ogni volta stava male, e si chiedeva che cavolo di cura fosse, se poi stava peggio di prima. Avrebbe rinunciato sicuramente, senza i sorrisi e i disegni di Delia.


Allora Delia decise che era il suo turno per cercare di farlo sorridere. Lo faceva in vari modi, ma quello che Mirco preferiva era quando lei disegnava di nascosto (per esempio quando Mirco era all'ospedale per le cure) sulle pareti della stanza, e creava un piccolo mondo per la sua notte.


Mirco non riusciva più a far ridere Delia. Avrebbe voluto, ma era sempre troppo stanco, troppo debole, e questo gli dispiaceva, forse, anche di più di essere così malato. 


Il bambino era sempre più stanco, sempre più pallido. Le sue mani si riempivano di puntini rossi. Sua madre lo controllava sempre, ma non riusciva a vedere nessun disegno sulla sua pelle, come non riusciva a vedere nessun senso nel suo destino.


Sembrava una serenità senza interruzioni, un vetro pulito senza crepe o aloni, la vita di Mirco e Delia e dei loro genitori. Tutti si volevano bene e filava liscio, come un sorgente lungo una collina. Ma un brutto giorno il vetro esplose senza preavviso: Mirco stette poco bene - per la prima volta perse nel gioco della zuffa con Delia, e poi peggiorò a vista d'occhio: il medico gli diagnosticò una malattia mortale.


Mirco e Delia erano due bambini sempre giocosi e vivaci. Erano fratelli, Mirco era di tre anni maggiore: litigavano di rado, e quando lo facevano Mirco trovava sempre un modo per farla tornare a ridere. Una volta le fece un brutto scherzo, allora per farle tornare il sorriso le regalò dei pennarelli bellissimi. Di quelli che puoi scriverci sui vetri e sui muri, volendo. Delia allora prese a colorare il mondo.



martedì 9 marzo 2021

Quale mondo vuoi?




 Un piccolo frammento di vita (più o meno immaginaria) che mi è arrivato da questa canzone di Laura Shigihara (e relativo gioco - Rakuen): 

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[Parco della betulla, Esterno Giorno, Sole. ]

Nel parco c'erano tanti alberi, ed anche laghetti, piccoli ponticelli, qualche giostra e più di un'altalena, ma soprattutto alberi. E uno di questi, era decisamente particolare: più particolare di tutti. Stava vicino alla grande villa neoclassica a poche centinaia di metri dall'ingresso principale del parco, ed era un'enorme betulla piangente. No, non un salice, proprio una betulla, con tanti di quei rami che scendevano fino a toccare terra... tanto da creare una specie di tenda, anzi, un vero e proprio salone naturale. Ci si poteva entrare e nascondere, senza neanche bisogno di stare rannicchiati o abbassare la testa. Per la verità, era talmente grande, lì sotto, che ci poteva stare una dozzina di persone, e c'erano perfino due panchine. Belle e bianche: come il tronco della betulla.


A volte la gente entrava sotto quei folti rami come si entra aprendo le tende, o in quei vecchi negozi dove molteplici fili di perline fanno da porta: bisogna stringere le mani per infilarle in una piccola sezione (tra un filo di perline e l'altro, o tra un ramo piangente e l'altro) e poi aprire le braccia, per allargare il varco ed entrare dentro in quella sorta di salone da ballo naturale, che era anche una specie di grande rifugio. Basta quindi fare un singolo passo e la cascata di perline (o di rami) si chiude dentro di te, facendoti quasi entrare in un altro mondo. Da fuori, non riuscivi davvero a vedere quello che c'era dentro.


A volte, non c'era niente di davvero interessante da vedere, ma un pomeriggio, quel pomeriggio, qualcosa di importante successe davvero. Ecco cosa.


Due ragazzini erano seduti per terra, vicino ad una panchina, bianca e bella, come la betulla dentro la quale erano nascosti. Uno aveva i capelli biondissimi, l'altro, rossicci. Uno era un poco più alto e magro, l'altro portava gli occhiali, ma si assomigliavano proprio tanto. Del resto, entrambi assomigliavano proprio tanto alla donna dai capelli chiari ed i grandi occhiali circolari seduta sulla panchina. Questa di tanto in tanto guardava i due ragazzi, ma perlopiù sembrava fissare il vuoto. O meglio, quella specie di muro naturale che i rami della betulla costruivano.


Ai piedi dei due ragazzi c'era un po' di tutto: ghiande, castagne, sassolini colorate e qualche foglia dalla forma interessante. Forse anche qualche cartaccia ed altro che avevano trovato e recuperato passeggiando per il parco.


I due bambini pescavano tra quelle cianfrusaglie, ne prendevano una e la mostravano all'altro, poi creavano una storia, o un mondo.


Per esempio, il rosso prendeva un sassolino bianco con al centro una sfumatura di blu e diceva: «Questo è un mondo fatto quasi interamente di sabbia bianchissima. Al centro c'è un enorme lago azzurrissimo e, almeno una volta nella vita, tutti gli abitanti delle sabbie bianche vanno a vedere il lago azzurro: un lago bellissimo e anche magico, perché ci si può respirare dentro e, forse anche per questo, non è abitato da pesci, ma da gatti, scoiattoli e cagnolini che ci nuotano dentro, fin nelle sue profondità».


Allora l'altro ragazzino prendeva una foglia verde verde e molto piatta e diceva qualcosa come: «Questo mondo è una nave gigantesca che vola nel vuoto. Una nave verdissima e fatta interamente di piante e liane, con alberi da frutta, orti e caramelle che crescono dal terreno. Ci si organizzano feste danzanti e canti lunghissimi. Continuamente, mentre la nave - quel mondo verdissimo - se ne va a spasso per il vuoto, quasi fosse un mare tutto nero, senza dentro niente».


Ancora, il rosso prese in mano un piccolo ombrello da cocktail, tutto rosso, e spiegò che quello era un mondo sempre all'ombra: perché stava sempre sotto un enorme ombrello, più grande di tutti i paesi del mondo. Era un bel mondo perché lì potevi rifugiarti quando il sole picchiava troppo, ma anche quando avevi bisogno di nasconderti: l'ombra ti dava, in qualche modo, la sensazione di protezione che cercavi.


Oppure, ancora, l'altro ragazzino prendeva in mano una ghianda con un buco dentro, e parlava di un mondo dove quasi tutto era dentro un'enorme caverna, con stalagmiti e stalagtiti fosforescenti e coloratissime. Questa caverna era talmente grande da contenere laghi, oceani, e perfino mondi con dentro grandi parchi dove si potevano trovare betulle piangenti abbastanza grandi da celare, sotto i suoi rami, delle sale da ballo, o almeno da pranzo.


La fantasia di questi ragazzi, che si scambiavano i loro mondi, come altri si scambiano le figurine, destò quel pomeriggio l'attenzione di due singolari personaggi.


Uno era un tipo molto alto, con un bel cappello rossiccio che lo faceva sembrare ancora più alto. Aveva degli strani braccialetti fosforescenti ed elettronici sul polso e se ne stava con un album da disegno appeso ad un leggio ed una tavolozza di colori davanti, e un pennello in mano. Era, ovviamente, un pittore, e stava disegnando qualcosa che quei due giovani avevano evocato. Non tanto lontano da lui, seduto sull'altra panchina sotto la grande betulla piangente, c'era un tizio con un bel pizzetto nero e gli occhiali da sole. Leggeva un enorme giornale ingiallito, ma spesso alzava lo sguardo castano verso i ragazzi, o verso l'artista, specie quando sentì quest'ultimo parlare.


Il pittore, infatti, dopo aver sentito il bizzarro gioco dei ragazzi, fece loro i complimenti e gli mostrò quanto aveva disegnato: una versione dei bambini da adulti, molto caratterizzata. Il biondo era dipinto come un esploratore. Lo si capiva dalle mappe che aveva in mano, il cannocchiale al collo, e la bussola nel taschino. Il ragazzino coi capelli rossi era rappresentato - sicuramente - come uno scrittore. Nel disegno aveva degli occhiali con la montatura a tartaruga e le dita sottili su una vecchia macchina da scrivere.


Il pittore, con un gran sorriso, incitava i ragazzi quando li vide curiosi e stupiti dalla sua opera. «Vedete, ragazzi, mi avete dato ispirazione per creare questo disegno. Per ringraziarvi, voglio ricordarvi che, se ci metterete tanto impegno, potrete diventare qualsiasi cosa! Nella vita, non importa cosa vi dicano gli altri, potete realizzare qualsiasi sogno, basta...» stava per andare avanti con ardore, quando il signore, alzando lo sguardo da sopra il giornale ingiallito, lo interruppe. «Non dovrebbe illuderli a quel modo».


«Prego?»


«Questo mondo è difficile e complesso, ed ovviamente la maggior parte della gente finirà a fare lavori umili e che non ha scelto. Solo pochissimi potranno davvero realizzare i propri sogni, e in un certo senso è giusto così: abbiamo bisogno di chi fa il pane, chi sta alla cassa e chi raccoglie pomodori molto di più di chi dipinge o esplora nuovi territori».


Il pittore rimase stupito da tanto cinismo. «Eppure, io credo che non bisogna mai arrendersi. Se si sa quello che si vuole, si può raggiungere, con impegno e dedizione, qualsiasi obiettivo. La vita non è solo quello che ci accade».


«Mi sembra piuttosto crudele come concezione».


«Ma come! Sono io quello che sta alimentando i loro sogni. Sono io quello che crede nella speranza e nell'impegno, lei sta dicendo a questi poveri ragazzi che il mondo è impietoso ed ingiusto».


«Veramente ho solo detto che non mi sembra il caso di alimentare false speranze. Inoltre, non c'è niente di male nello svolgere un lavoro semplice o meccanico... ed... ecco, nel suo discorso io vedo una grande cattiveria: parla di impegno e dedizione, di come bastino questi due elementi ad ottenere qualsiasi cosa. Alla fine il rischio è che chi per sfortuna o caso non riuscisse a realizzare i propri scopi non solo dovrebbe sentirsi frustrato per il mancato successo, ma dovrebbe perfino sentirsi in colpa: perché sarebbe solo di peso da loro, e non dalle circostanze avverse. Non sta facendo davvero un favore a questi due simpatici marmocchi».


Il pittore sembrava scandalizzato. «E quindi non dovrebero neanche tentare? O dovrebbero già credere che sia tutto una questione di fortuna o sfortuna? A volte questa è solo una scusa per non tentare! Se non si crede davvero in se stessi, si dà sempre la colpa a qualcosa di esterno. Si crede che se non si è riusciti in qualcosa è solo perché non si è stati capiti, e le circostanze sono state avverse: si rischia di essere dei falliti credendo di essere dei giganti, ma senza mai provarlo. É questo quello che vorrebbe, per questi due figlioli?»


«Io veramente dicevo solo che dovrebbero abbassare le aspettative: si vive molto meglio, se non ci si aspetta mai granché dalla vita. Si rischia meno di vivere di illusioni o di farsi fregare».


«Credo davvero che questo sia un terribile insegnamento da dare!»


Il signore con il giornale alzò le spalle, poi guardò verso la signora con i grandi occhiali rotondi dietro ai ragazzi, che sembrava aver ascoltato tutto il loro discorso, pur senza dire una parola. Era ovvio che fosse la loro madre. «E lei, signora, che cosa ne pensa?»


La mamma dei bambini - lo era effettivamente - guardò alternativamente i due signori, il pittore e l'uomo con il giornale. Se ne stette in silenzio per un bel po', come pensandoci sopra. Quindi sorrise, di un sorriso largo e aperto, ma strano, ad occhi più larghi degli occhiali grandi. Sorrise senza pensieri, senza futuro e senza passato. Poi, senza dire una parola, cercò qualcosa nella tasca, fino a trovarlo: un vivacissimo naso rosso. Se lo mise sul suo vero naso, coprendolo interamente. Poi, dalla borsa che aveva accanto, tirò fuori una sciarpa lunghissima e colorata, con la quale si avvolse il collo e le spalle e, infine, sempre dalla borsa, tirò fuori una banana. Se la portò all'orecchio e, alzandosi, cominciò a parlare, come fosse al telefono, ma in una lingua incomprensibile: «Aaaaaah, gherisbei, poten-damoi nucaratan, socheleman, dossemas, nipirmas doche!» e continuava, continuava come un fiume in piena, con parole che né il pittore né l'uomo con il giornale potevano afferrare: si limitarono a guardare la scena della signora con il naso rosso e la banana come telefono che se ne andava fuori dalla betulla piangente, mentre i due ragazzini, ridacchiando, la seguivano. Lasciarono i due uomini stralunati e confusi, per una volta senza parole. Tutti e tre teatralmente marciando, non come avanzano i soldati, non come strisciano i paurosi, ma come inciampano i clown.

mercoledì 27 gennaio 2021

Intrusi

 



 Lo specchietto frontale riflette una macchia oleosa sulla camicia di Jacopo: la gratta con l'unghia del pollice, senza successo.

Sul sedile di fianco il telefono si illumina; Jacopo lo blocca e lo infila nella tasca dei jeans.

Si pulisce gli occhiali con il fondo della camicia, apre la portiera della vecchia panda e passeggia lungo il vialetto di casa: vicino al vaso della salvia annegato dalle erbacce, qualche foglia si muove di scatto. Ci si avvicina, ma non c'è abbastanza luce e ha già perso la voglia di recuperare il telefono.

Raggiunge l'ingresso, cerca nella giacca le chiavi arruginite e con uno scatto nervoso apre la porta. Abbandona il cappellino e la giacca sul divano e si leva le scarpe antinfortunio con un sospiro.

Le buste, i piatti sporchi e le merendine sono sparse tra il divano e il tavolo della sala. La casa più del solito, è troppo grande e troppo vuota.

Apre la porta del bagno e si ferma davanti al lavabo: allo specchio un uomo dai capelli grigi, le spalle larghe, le occhiaie da stanchezza e la barba sfatta. Storce la bocca in un sorriso finto a sfiorarsi un canino ingiallito e un incisivo rotto. Fortunatamente non gli capita così spesso di mostrarlo.

In cucina, apre la porta del frigo e qualcosa cade a terra e rotola di sotto. O forse no. Nell'incertezza, si apre una lattina di birra. Fuori dalla finestra la pioggia bagna il giardino e la sua erba incolta. Stava già piovendo, prima?

Tra il frigor e il vecchio forno si alza un cattivo odore. Come di muffa, ma non ne è certo. Controlla tutto: forse è il prosciutto. Dovrebbe davvero smettere di aprire le bustine e non finirle. Dovrebbe davvero finire quello che inizia.

Butta via tutto, ma gli sembra che l'odoraccio sia rimasto.

Inspira e si limita a prendere le lasagne congelate, bucarne la superficie di plastica e infilarle nel microonde. Il piatto gira oltre il vetro del forno per qualche minuto: attende che sia pronto e si siede a mangiare e bere un'altra lattina.

La radio, da sopra le mensole dei piatti, parla del meteo e del calo della borsa. Jacopo alza lo sguardo verso la sedia vuota e borbotta tra i denti. «Borsa. Come se esistesse davvero. Esiste il lavoro. Io che sto in ditta e lo spazzino che...» Si ferma. «Ci manca solo che mi metto a parlare da solo.» Prende un altro boccone e un'altra sorsata, e butta il piatto nel lavandino.

«Del resto non mi hai mai ascoltato neanche quando c'eri...» Sembra dirlo all'aria. Si ferma un altro istante e si massaggia il collo: le posate sul lavello, la radio che blatera delle partite, la frutta vicino ai fornelli. Arriccia il naso e la getta nel secchio dell'umido.

Cammina fino alla sala per abbandonarsi sul divano e guardarsi per l'ennesima volta Rambo.

Finito il film, si sposta verso la camera, ma rallenta presso la porta chiusa a chiave. La fissa e sfrega i denti serrando la bocca. Tocca la superficie di legno con il palmo, ma scuote la testa e decide di finire questa giornata, chiudendo la porta della sua camera dietro di sé.


***


Il giorno dopo, Jacopo torna a casa qualche minuto prima del solito. Lo specchio riflette la stessa macchia sulla camicia. Si ripete che non importa e scende dalla panda. La luce esterna lampeggia per qualche istante, poi si spegne completamente: «Che cazzo».

Si aiuta con la torcia del cellulare per arrivare alla porta di ingresso, e trovare le chiavi finite in un buco nella tasca.

Entrato, l'aria si riempie di unana strana puzza: apre la finestra della sala e, dopo aver lanciato sul divano la giacca, controlla la cucina. Annusa due o tre volte la carne e l'insalata, butta via i pomodori. Controlla nel bagno. Per sicurezza pulisce la lettiera del gatto e gli cambia la sabbia. Una gatta completamente nera e con gli occhi bicolori lo guarda diffidente da sopra l'armadio delle scarpe. «Dovrei guardarti male io, che pulisco le tue schifezze. L'hai fatta in giro?».

Torna in cucina e smette di mangiare il suo panino dopo l'ennessima pubblicità in radio: alza il volume e si ferma sotto l'apparecchio: parlano degli accordi che il Regno Unito sta prendendo per uscire dall'Europa. Pare che servirà il passaporto nei prossimi anni per raggiungere il paese. Non ci è mai andato, anche quando non serviva, ma ora sarà più difficile. Tutto... tende a diventare più difficile.

Recupera un'altra birra e si sposta in sala per guardare qualcosa su Netflix: un poliziesco.

La serie non fa neanche in tempo a cominciare, sigla pretenziosa a parte, che Jacopo si irrigidisce: un grosso topo grigio lo guarda dall'ultimo gradino che porta in cantina. Deglutisce, e finge di guardare la prima scena della serie. Due poliziotti stanno interrogando una povera donna con troppa solerzia: sembrano corrotti.


Jacopo muove piano, pianissimo la mano destra. Stringe il primo oggetto disponibile: un impolverato dizionario di Inglese lasciato sul tavolino vicino al divano. Inspira, prende la mira, di colpo si alza e lancia con forza la voluminosa arma. Il topo fugge dalle scale lunghi secondi prima dell'arrivo del testo. «Bastardo».

Jacopo lascia che l'abuso di potere in TV continui e recupera il dizionario. Qualche pagina si è staccata. Lo apre per alcuni istanti, le dita tolgono uno strato di polvere scoprendo fitte note dalla grafia femminile. Strizza gli occhi e lo lancia sul tavolo, ma controlla che atterri dove deve.

Dalla TV arrivano rumori di inseguimento, prende la scopa e toglie il manico dalla spazzola. Fa girare il legno tra le dita e lo stringe al centro. «Ti conviene andartene e lasciarmi in pace, o scateno una guerra che nemmeno ti immagini.» Mormora piano, cadenzando ogni sillaba.

In cantina, si aiuta con il telefono per farsi luce: le lampadine sono quasi tutte rotte. Apre vari cassetti: piatti ormai antichi, libri di scuola ingialliti e qualche fumetto, ma nessuna traccia del topo. Solo quando si ferma un attimo a controllare il telefono, sente ancora quel rumore. Non è proprio un fruscio, è più forte. Come se mille zampette corressero sopra qualcosa di delicato. Un tonfo, qualcosa che cade. «Dove sei...» Jacopo lamenta, e riprende la ricerca. Ma niente.

Sorride e corre le scale a due due. Entra nella stranza e ignora i miagolii lamentosi di Sabba, la alza dal letto e la prende in braccio. «Non dovresti acchiapparli tu quei cosi?».

Chiude la porta per evitare che il bastardo possa accedervi e scende le scale. La gatta miagola di nuovo e muove le zampe per liberarsi. «Ora ti lascio... fai il tuo dovere.» Sussurra e allarga un sorriso sbilenco. «Trovalo, o io troverò te!» Libera la micia presso lo scaffale dove ha sentito l'ultimo rumore.

Non è un'impresa facile: la cantina è diventata, con il tempo, una sorta di deposito. Vecchi elettrodomestici, televisori e libri sparsi qua e là. Il divano è pieno di coperte, panni, qualche giocattolo e vestiti vecchi. La gatta si guarda intorno perplessa, si volta di scatto e scappa di sopra, più veloce del padrone che le urla dietro. «Dove vai Sabba! La fuga non esiste!». Scuote la testa e si rimette a cercare, ma dopo qualche ora rinuncia: meglio dormire. Domani il lavoro non sarà più leggero di oggi.


***


Il mattino dopo si sveglia mezz'ora prima, e dopo un infruttuoso giro di controllo in cantina cerca su Amazon.

Le trappole per topi sono tremendamente più numerose di quel che sospettava. Sembra che debba capire con chi abbia a che fare per eliminare il problema. Del resto, i film e i libri di guerra lo ripetono: «L'elemento chiave della guerra è conoscere il tuo nemico». Da un articolo promozionale scopre che ci sono trappole letali e non letali, e le dimensioni dipendono dal tipo di animale. «Devo anche chiedergli come si chiama?»

L'articolo spiega che il topo è genericamente più piccolo, ma si distingue in campagnolo, selvatico e... «Sì sì va bene, come cazzo lo prendo.»

I ratti (rattus rattus) «Come se chiamarmi Jacupus Jacupus servisse a qualcosa... Vogliono anche darsi un tono, questi topi.» Hanno il muso più arrotondato, sono di colore più scuro, sebbene l'elemento cromatico non sia fondamentale per la distinz... «Ma cos'è, un trattato di Statistica?»

Più avanti scopre che c'è almeno un terzo tipo di topo, quello di fogna (Rattus Norvegicus) «Ma non poteva starsene tra i vichinghi?» Scuote la testa, scrolla oltre e alla fine decide. Sicuro non era così grosso, gli sembrava scuro e... «Bah, era un ratto, dai.»

Scorrendo un altro articolo scopre che gli escrementi di topo sono più appuntiti, e quelli di ratto più a banana. «Ci manca solo un'esame prostatico...»

Inoltre, i topi sembrano preferire i cereali e i ratti la frutta. I primi sono più abitudinari e cercano il cibo negli stessi posti, gli altri sono più esploratori, e cambiando luogo sono più difficili da prendersi. «Figurarsi». Jacopo torna su Amazon, e medita parecchio in bilico tra una trappola letale a morso ed una "gentile" che si limita a catturare il topo, o il ratto, attirandolo in una gabbietta. Alla fine decide per quest'ultima, ne prende due e belle grandi «Mi interessa vincere, non uccidere.» Concluso l'ordine, si infila la giacca e corre al lavoro.


***


La sera seguente, la caccia al "bastardo" è limitata: controlla la cucina e scopre, con stupore e ribrezzo, da dove arrivava la puzza. Sotto al lavandino, dove tiene i prodotti per la pulizia, ma anche le patate, le cipolle e i croccantini del gatto, scopre che alcuni tuberi sembrano come tagliati da piccolissimi coltelli in svariati punti ed è pieno di piccoli escrementi. Ma davvero non saprebbe dire se siano a punta o a banana. Trattiene un conato di vomito e chiude lo sportello. «Ma da quanto cazzo è qui dentro? Prima lo prendo, poi pulisco.»

Con un'altra lattina si mette di nuovo al computer. Sabba miagola, e questa volta è lui a guardare male il felino: il volto gli si sporca di delusione.

«Possibile che debba fare tutto io in questa vita? Mi lasciate sempre...» Si passa una mano sul volto e impreca. Cerca ancora qualcosa in rete, e scopre che a seconda della specie quei bastardi fanno dai 5 ai 15 cuccioli a parto, e partoriscono dalle 3 alle 8 volte all'anno.

«Spero che lo stronzo non abbia compagnia.» Non bastasse, le creaturine cagano dalle 40 alle 80 volte al giorno e possono trasferire malattie in gran numero: dalla Leptospirosi alla Peste passando dalla Salmonellosi.

«Cioè questo non solo mi invade casa e ruba il cibo, ma caga su qualsiasi cosa trovi e cerca di avvelenarmi!» Torna su Amazon e ordina anche un paio di trappole mortali. Quelli con la colla topicida. In sostanza si piazza un'esca al centro di una tavoletta ricoperta di colla molto potente: il "povero" topo dovrebbe andarci in mezzo, e rimanere incastrato. Tra i commenti del prodotto legge che funziona, ma d'altra parte è una cosa crudele. C'è perfino il link a un breve video dove un ragazzo dapprima cattura un topino a quel modo, poi, vedendolo soffrire su quell'affare, lo libera con acqua e sapone.

«Ma vaffanculo, questo vuole trasmettermi malattie cagando in casa mia, è una dichiarazione di guerra: o io, o lui». Chiude il computer, e proprio in quel momento un veloce fruscio, che ora chiama "zampettio" sembra provenire da dentro la parete alla sua sinistra.

«Non dirmi che...» Si avvicina e posa l'orecchio al muro, ma non sente più niente. Forse se l'è immaginato.

Decide di farsi una doccia, ma prima controlla ogni angolo del bagno e della camera, e chiude per bene tutte le porte. Infine, pur sapendo che non servirà, chiude Sabba in cucina, con la vaga speranza che possa catturare il maledetto scroccone.

Entra nel bagno, si toglie i vestiti e, proprio quando i boxer finiscono a terra, scorge un veloce movimento presso il bidet. Gli scappa un grido poco virile e inciampa sulle proprie mutande.

Recupera la scopa lasciata vicino all'entrata, e si avvicina con estrema lentezza. Un passo di troppo, e il ratto (o forse è un topo?) scappa come una velocissima scia nera, ma trova la porta chiusa. «Fottuto...» Jacopo si gira e molla una randellata verso la porta, ma manca il bersaglio. «Colpisci per primo, nessuna pietà!»

Il ratto prova a rifugiarsi sotto al lavandino ma un altro colpo lo stordisce. L'uomo viene preso da una furia topicida e molla non uno, non due, non tre, ma forse cinque colpi alla creatura, uccidendola.

Prende fiato e si sciacqua il volto. Con un pezzo di carta igieniica alza la creatura dalla coda, a studiarla meglio: proprio una schifosa bestiaccia. Solo ora nota anche i vari escrementi dietro al bidet. Meno che in cucina, comunque.

«Come cavolo ci sei arrivato qui?»

Jacopo indossa l'accappatoio e butta via il cadavere. Torna nella vasca da bagno, ristorato dall'acqua calda e da una piacevole sensazione di vittoria che gli rilassa i muscoli.


***


Accende la torcia del telefono e sale i gradini del guardino. Impreca contro il lampione e trova presso la porta di ingresso vari scatoloni. Li apre e, senza gran sorpresa, trova una gran quantità di trappole per topi. «Diamine, potevo aspettare un po', mi sono sottovalutato.» Porta comunque tutto dentro e si prepara la cena ascoltando un vecchio Jazz alla radio.

Si versa un goccio di whiskey e pulisce gli occhiali con movimenti circolari: gli sembra già da qualche mese di vedere meno bene, ma ha rimandato la visita dell'oculista. C'è sempre così tanto da fare e così poco tempo per farlo. E ora ha solo bisogno di riposare.

Prende una lattina di birra e in ciabatte si sposta sul divano. Un forte fruscio da sotto il lavandino lo fa sobbalzare. Apre l'armadietto di scatto e un grosso esemplare di topo scuro gli passa da sotto le gambe: Jacopo grida e inciampa per terra, il bastardo corre come un treno e si infila in un armadietto della sala.

Lo insegue e chiude la porticina del mobile con una spinta, salvo accorgersi che è traballante. «Col cazzo che scappi!» Si allunga per prendere una sedia per bloccargli l'uscita, tenendo una mano sull'accesso. Non contento, sposta di peso la poltrona per chiudere ogni via di fuga: «Preso!»

Il pensiero che non possa tenerlo chiuso lì in eterno gli passa dalla testa ma, del resto, se aprisse, veloce com'è il bastardo, rischierebbe di perderselo per strada.

Come è solito fare quando è in difficoltà, cerca informazioni online dal telefono, e tra Wikipedia, un sito sulla disinfestazione, e la pagina "Attenti ai ratti!" scopre che i topi hanno una resistenza terrificante: possono stare senza cibo per settimane e trattengono l'acqua (che recuperano perfino da un frutto fresco) peggio di un cammello. Anche se forse non gli serve saperlo, Jacopo legge anche che possono nuotare per parecchie decine di metri e i loro denti possono rosicchiare il legno e forse perfino il ferro, secondo alcuni.

«Cosa cazzo sono, dei terminator? Dei Bear Grylls incrociati con predator? E quanti cazzo sono, allora?»

Non fa in tempo a domandarselo una seconda volta, che i fruscii che ora sente sono almeno due: uno proviene sicuramente da quell'armadietto, l'altro gli sembra provenga dalla cantina. «Merda, ma io che ho fatto di male?»

Non si perde d'animo però, tutto sommato ormai è più che provvisto di armi: apre con furia gli scatoloni e si organizza. Con attenzione sistema dapprima le trappole collose. Non avendo ancora capito se siano topi o ratti, decide di abbondare: al centro della tavoletta deposita un pezzo di mela e, sopra quella, un pezzo di cioccolato; quasi fosse una tartina.

Nell'altra, lascia cadere un paio di cucchiaini di burro di noccioline. Ha letto che ne sono ghiotti, quei fetenti. In compenso, a dispetto di Tom e Jerry e compagnia, ha scoperto che quei roditori di merda non mangiano il formaggio, ma vanno pazzi per il cioccolato, infatti torna a usarlo come esche per le due trappole più "gentili".

In quelle il topo dovrebbe semplicemente rimanere chiuso dentro la scatola: un pezzo di dolce a volte può costare caro. Erano le trappole consigliate da chi sostiene che in fondo anche i topi hanno il diritto di vivere.

Ma ormai per Jacopo è guerra aperta. L'odio è montato come erutta un vulcano, in questi giorni. «Che poi, anche entrasse nella gabbia, che dovrei fare, portarmelo a spasso per chissà dove e lasciarlo nel bosco? E se oltre a essere dei cammelli hanno anche un senso dell'orientamento alla torna a casa Lassie?»

Cerca il muso scuro di Sabba, ma quella lo guarda e tace, non regalandogli neppure un miagolio. «Bah, se li prendo li affogo o li brucio o te li do per cena, ma cominciamo a prenderli».

Lascia quindi una trappola in cucina, un paio in cantina e una appena fuori dalla porticina dell'armadio della sala, lasciata appena aperta per farlo uscire con qualche difficoltà.

Ormai sta diventando un esperto di topi, e sa quanto è essenziale sfruttare l'ambiente per vincere una guerra: sa che sono animali notturni e sono furbi. Finché sta a guardare quello non esce dalla sua tana. Del resto, deve essere lo stesso meccanismo dell'acqua che non bolle mai se resti a osservare.

Con qualche difficoltà si mette a dormire, anche se durante la notte gli arrivano squittii e qualche inquietante fruscio fra le pareti. Quando riesce a prender sonno, purtroppo i sogni non lasciano scampo: forse stimolato da una risposta ironica di qualche forum, sogna di un topo che si intrufola nel suo letto, per divorargli gli occhi mentre dorme.

Si sveglia di colpo, con ancora entrambi i bulbi oculari a posto. Si toglie il sudore dalla fronte e si ferma per una decina di minuti in bagno. Corre a controllare le trappole: niente. Tutte vuote. Un'occhiata veloce all'armadietto, forse dovrebbe ricorrere alla fedele scopa, ma per ora lascia perdere. Prova a dormire almeno un paio d'ore, prima di andare al lavoro.


***


Gli ultimi minuti in cui monta le rocche di tessuto da infilare nell'autoclave sono i più lunghi. Da una parte la monotonia e la stanchezza dal poco riposo, dall'altra, l'ansia di sistemare quella sporca questione.


Appena apre la porta di ingresso non sa bene se gridare di schifo o di esultazione: un grosso sorcio è rimasto incollato alla tavoletta. Ancora si muove e si contorce, squittisce sofferente. Per un attimo gli viene in mente quel video del ragazzo animalista. Ma presto fa sparire quella pietà dalla testa, e ritorna alla sua guerra. Recupera la sua fedele scopa e la alza sopra la testa.

«Ricorda che l'hai voluto tu!» E giù botte. Due a due finché, quasi, non diventano dispari, e quella creaturina smette di sussultare. Jacopo recupera fiato e forze, butta via la seconda vittima. La soddisfazione è grande, ma la consolazione minore: sa che la battaglia è vinta, ma la guerra è ancora aperta.

Controlla le altre trappole, ma per ora niente. Sabba invece dorme tranquilla sulla poltrona: un alleato decisamente inutile. Peggio della Svizzera.

Entra in cucina per prepararsi la cena ma deve portarsi una mano al naso: l'odore è insopportabile. «Ma che...» Gli basta una rapida panoramica, per accorgersi che, oltre agli escrementi sotto al lavandino, sembrano esserci delle tracce anche sui fornelletti delle cucine e persino sul tavolo. «Deve esserci un bastardo che quando lavoro se ne esce tranquillo a cercare cibo.» E le trappole le ha bellamente ignorate.

Ma non può essere solo quello... e infatti, quando apre il cassetto delle posate, trova un topolino già morto, con la pancia tagliata. Chissà se Sabba l'ha ferito o è stato così idiota da uccidersi da solo, fatto sta che chissà come è entrato lì e ci è morto.

Non è ancora del tutto decomposto, ma per fare schifo fa schifo eccome. Jacopo trattiene il vomito «Ma come cazzo sei...» Passa a buttare tutte le posate nel lavandino, dopo essersi sbarazzato del cadavere con guanti e fazzoletti. «Ci mancavano i topi kamikaze».

Passa la sera a disinfettare le posate e il cassetto, e quasi si dimentica di cenare.

Va a dormire, ma prima decide di farsi un goccetto. Apre il cassetto degli alcolici e salta indietro: un fruscio rapido e sinistro da sotto il lavandino. Un grosso topo grigio si arrampica sulle tubature e si nasconde in qualche interstizio.

«Non è possibile!» Si passa la mano sul volto, esce sul portico esterno, e qualcosa si muove tra i cespugli. Non è sicuro, ma l'istinto ha la meglio sul calcolo: afferra una bottiglia vuota da fuori e la scaraventa con tutta la forza verso le piante. «Bastardi, ma che cazzo volete, che cazzo!» per qualche attimo si si lascia cadere in ginocchio.

Tutti i problemi ignorati si stanno accumulando per fargli visita. Quei topi sono i suoi demoni? È per quello che ha fatto? È per quello che non ha fatto?

Si tira una sberla e rientra in cucina. Piazza un'altra trappola sotto il lavandino, ma ci ripensa. La sposta e decide che deve togliere altre occasioni di nutrirsi a quei maledetti. «Devo impedirgli di fare rifornimento sul mio terreno difensivo». Oltre quello, è arrivato il momento di pulire tutto, anche se non li ha presi tutti. Fa troppo schifo, troppo.

Passa praticamente tutta la notte, guanti di plastica sulle mani e bandana in testa, musica metal nelle orecchie, a pulire e disinfettare a fondo sotto al lavandino, i fornelletti, dietro al frigo e sotto i mobili. Fa lo stesso per il bagno, la sala, e la camera. Non soddisfatto, sparge in tutte le stanze un repellente per topi alla menta. Non ha questo gran profumo, ma ha letto da qualche parte che i sorci lo odiano. Rimane chiusa e non controllata solo una stanza, ma sa che quella è rimasta sempre sigillata. Per qualche minuto ci si ferma davanti, indeciso, ma poi desiste.

Esausto, si fa una doccia veloce e, finalmente, si butta nel letto a dormire.


Sogna di essere disteso sulla spiaggia, in costume, più magro di quanto attualmente non sia. Forse ai tempi aveva ancora i capelli castani e i denti a posto. I piedi vengono bagnati dalle onde del mare. Sua figlia più grande ha circa nove anni, si diverte ancora a giocare con lui, che la prende in braccio per strofinarle i capelli e farle il solletico; la lascia scappare via ridendo, e con lo sguardo cerca il fratellino sulla spiaggia.

Si alza, e grida a Sofia di curare il bambino. Starci attenta.

I tempi si mescolano, e si ritrova a piangere. Li chiama a sé, ma quando le lacrime gli impediscono di vedere si ritrova nel suo letto.

Si morde il labbro e cerca di trovare un po' di respiro dal dolore al petto ma, con orrore, sposta i piedi di scatto quando sente qualcosa sfregare sulla sua pelle. Lancia via le coperte e vede una dozzina di topi enormi e neri accumulati sotto le coperte: parte dei piedi sono stati divorati da quegli esseri immondi. Ossa e tessuti nervosi sono scoperti. Gli lancia contro il cuscino e questi gli si scagliano contro: ha la sensazione di essere coperto da quelle creature. Sente la pelle strapparsi e venir tagliata da quei dentini schifosi e infetti, e urla, urla talmente forte che si sveglia, sudato e spaventato.


Si alza sul letto e respira piano, cercando di controllarsi. Segue un quadrato mentale: inspira. Trattieni. Espira. Inspira. Lo fa per una decina di volte, come gli hanno pazientemente insegnato negli ultimi anni, si sdraia a fissare il soffitto, ma di dormire non ne ha proprio idea. Si limita a stare immobile. Come lo è stato per tutta la vita, gli verrebbe da dire.

«Ah, fanculo.» Si alza per andare a pisciare e farsi un caffè, accende la TV.. Per fortuna oggi non è di turno in ditta, ma i pensieri continuano a tornare a quei maledetti. Controlla le trappole in cucina e in bagno: niente. Sono furbi, quegli stronzi.

Scende a controllare di sotto, e trova una gabbietta occupata. Jacopo fa per sorridere, ma la soddisfazione dura poco: quando si avvicina per controllare, altri rumori lo accerchiano. Alcuni provengono dai mobiletti sulla sinistra, alcuni da un armadio sulla destra.

Controlla ovunque, scopa e repellente in mano, ma senza successo. «Basta, cazzo, non ce la faccio più!» Si mette a sedere vicino a un sacco riempito di cose da buttare, ma ancora lì da chissà quanto, e proprio davanti alla gabbietta del topo, che graffia inutilmente per cercare di uscire.

Jacopo allunga un dito a sfiorare le sbarre, e si ritrova con gli occhi umidi a fissarlo. «Che cosa volete da me, mh? Perché non ve ne andate? Non avete un po' di pietà, almeno voi?».

Il topo sembra tranquillizzarsi a quella voce triste. Si avvicina alle sbarre e annusa. Quasi come un criceto domestico. Jacopo si alza, e prende la gabbietta dal gancio superiore. La solleva e sale le scale. Esce in giardino e si guarda attorno; posa la gabbietta per terra. Prende un secchio da lavoro dal disordine sulla sinistra, e lo riempie d'acqua. Si sposta a recuperare la trappola con dentro il topo, e la butta dentro per intero. Si ferma a sentire gli squittii e i movimenti nervosi del topo che si contorce, fino a che tutto si placa. «Voi non avete pietà, non posso averne io.»

Libera il cadavere gettandolo con gli altri, pulisce la gabbietta e la prepara.

Ma ormai le sue armi non bastano. «Quando le forze sono troppo numerose, devi avere il coraggio di arrenderti.»

Si rassegna e chiama l'impresa di disinfestazione "Stricto gladio". Anche a loro deve piacere Rambo.

Fortunatamente quella si libera nel pomeriggio. Jacopo guarda il tutto da lontano, seguendo gli esperti: l'utilizzo del veleno, l'installazione di altre trappole, lo spray velenoso per gli angoli del caso e la pulizia completa. Tranne che per quella stanza.

Due giorni dopo, gli uomini vengono per un controllo e un richiamo del repellente. In totale trovano altri sette intrusi: quattro ratti e tre topi domestici. I disinfestatori consigliano a Jacopo di far sparire cibo e spazzatura da fuori casa, e tenere il cibo in cucina dentro cassetti di plastica, prima di ricevere il pagamento.

Jacopo controlla tutta la casa da solo, sia tra i cassetti della cucina sia tra i mobili vecchi in cantina. Si assicura di pulire e sistemare anche la camera e il bagno. Anche quando prepara la cena sta con le orecchie pronte, come in attesa. Ma, fortunatamente, non sente più nulla.

Però, un cattivo odorecontinua a infastidirlo: forse è quel repellente. Decide di ripulire la cucina e spargere per tutta la casa un deodorante migliore, casalingo, che dovrebbe sapere di mare, qualunque cosa voglia dire. Ma è come se quell'odore continuasse ad aleggiare per la casa. Allora si butta nella doccia e lava con estrema accuratezza ogni parte del suo corpo, colto dal sinistro pensiero che quella puzza l'abbia indosso lui. Che sia sua la colpa.

Alla fine si mette a dormire, stanco dalla testa al cuore.



Passa la giornata di lavoro quasi come un sonnambulo: sono ore che scivolano via senza rimedio e senza vera attenzione.

Cerca riposo in una birra veloce al bar. Torna a casa per farsi una pizza surgelata, e un'altra birra mentre ascolta i notiziari alla radio.

Si siede sul divano, studia le macchie sulla parete davanti a sé per lunghissimi minuti.

Inspira pesantemente, si alza e arriva all'unica stanza che non ha mai controllato, e nella quale non ha fatto entrare neppure i disinfestatori. Nella mano sinistra ha il suo fedele manico di scopa. Apre piano la porta, accende la luce e ci scivola dentro.

La cameretta è impolverata, ma pulita. Ci sono due letti l'uno accanto all'altro, qualche poster di film e di cantanti alle pareti. Su una scrivania un paio di quaderni e un vecchio computer; sul letto più piccolo un paio di macchinine. In fondo, una libreria, tutto come sempre: si avvicina e la guarda per bene.

Assottiglia gli occhi: tra le coste dei volumi colorati, scorge qualcosa di scuro. Trattiene il respiro e fa un altro passo, e la sente: una specie di musica fatta solo di fruscii sinistri e rumori inquietanti, come se milioni di zampette veloci si muovessero ovunque, senza tregua. Dalla libreria alla porta dietro di lui. Da dentro alle pareti a sotto il pavimento. Dal sottotetto all'interno dello schermo del PC.

Si lascia cadere a terra, ginocchia sul tappeto, bastone per terra, mentre intere orde di topi escono da ogni angolo: in breve, corrono e coprono ogni metro della cameretta, circondandolo. Jacopo prende il telefono e manda un messaggio vocale. Per quello non ci vuole il passaporto. «Non è colpa tua, piccola. Dovevo guardarlo io. Dovevo dirtelo. Dovevo...» Lascia cadere lo smartphone. Si limita ad allargare le braccia, e chiude gli occhi.

«Facciamola finita.» E quei maledetti topi sembrano ascoltare e capire: si fiondano su di lui in mucchio, buttandolo a terra e ricoprendolo, riunendosi così vicini da far sparire ogni cosa. Così pressati da non lasciare spazio alla luce.

Così che tutto sia buio.