Lei gli levò la mano dalla coscia, prima di passare la sua sul finestrino appannato, creando una sorta di finestrella a oblò, attraverso la quale si vedeva la panoramica di un lungo marciapiede che costeggiava un anonimo complesso residenziale. «Aspetta! Aspetta… ora arriva, sono le nove. Ora arriva.»
Federico sbuffò leggermente stizzito, accostandosi al viso di Giulia, per sbirciare a sua volta fuori dal vetro. Era una serata nebbiosa, pallida. Passava poca gente: individui soli o al massimo in coppia, nessun grido, nessun inseguimento, niente di affascinante da guardare. Solo un cancello oltre il quale si innalzava un palazzone amorfo e grigiastro, non diverso dagli altri classici formicai di periferia della grande città. «E poi mica è detto che arrivi ora, anche i più abitudinari cambiano, o sbagliano. Nessuno è… così tanto una macchina.» Giulia scosse la testa, divertita.«Lui sì. Sono quasi le nove. Sarà già andato al solito ristorante a mangiare», pulì meglio il finestrino, allargando l’oblò per ampliare la superficie di quel singolare schermo. «Poi va sempre al solito discount a fare un po’ di spesa: l’indispensabile per un giorno, non di più.»
«Sei una cazzo di stalker», le rise dietro Federico.
Lei rimase quasi offesa, poi si tuffò in una apparentemente lucida replica: «Nah. Non capisci: lui è un emblema, un simbolo. Un totem. È l’essenza stessa dell’abitudine, della ripetitività. E forse anche del non senso delle cose. Ripete le stesse cose negli stessi orari. Un po’ lo facciamo tutti, costretti o meno, ma in questo lui è l’apice, la perfezione. Seguirlo vuol dire verificare che… »
«Deve essere un filosofo, allora.»
«Cazzo c’entra?»
