Sì ma… non voglio intristirvi. Non è che debba andare sempre così, nella vita. Ci sono spesso degli impedimenti, degli ostacoli, dei ritardi. Ma si può anche scegliere eh! Scegliere. Per esempio… per esempio, quanti di voi hanno scelto il proprio lavoro? Vedete.. . vedete… va beh, come non detto. Però alla fine sì, si può scegliere la propria attività. E figuriamoci. Altrimenti saremmo schiavi, no?
Mi ricordo di una mattina… ero all’ospedale, per una visita. Una cosa semplice, non allarmatevi. Aspettavo in sala d’attesa. Ovviamente. E c’era tanta altra gente, ad aspettare. Così, non mi ricordo come, facemmo quattro chiacchere. Qualcuno ruppe il ghiaccio e cominciammo a parlare delle nostre occupazioni. Di cosa facevamo. Praticamente manco ci presentammo, ma in tempo zero avevamo organizzato una sorta di gara nell’elencare i lavori più inutili del creato! Che strana coincidenza…
C’era per esempio, quello che si definiva uno “scaldaletto”. Io l’avrei chiamato “tester di materassi”, ma era una cosa diversa. Lui non dormiva nei materassi, no. Lui lavorava per alcune persone famose, di stile… e… queste persone famose e di stile… odiavano andare a dormire sui materassi freschi. Avete presente la sensazione no? Quando sei appena entrato nel letto, e senti quel freddino su tutta la schiena, e così anche per le lenzuola. Ecco, per evitare quel fastidioso brivido alle persone famose e di stile, lui s’intrufolava nelle coperte per un poco, giusto il tempo di scaldarle, poi sgusciava via, e lasciava il posto ai padroni del letto.
Sulla felicità: immaginate un palco, un attore sul palco, voi che guardate dal basso. Buio, poi il suono di una sveglia
[bip bip bip biiip bip]
L’attore comincia il suo monologo, inizia a parlare… a parlarvi.
Ricordate la vostra sveglia? Sì, quel marchingegno infernale che ogni mattina vi ricorda che dovete alzarvi per correre al lavoro. Non so, forse vi sveglia con delicatezza, come una compagna premurosa che, con suono soave, vi scosta appena le coperte, baciandovi dolcemente la guancia ancora intorpidita e portandovi l’odore del caffé, fatto apposta per voi, naturalmente. Una sveglia così, potrebbe anche farti credere che questo mondo è un bel posto dove svegliarsi. Un mondo pieno di colori soavi, di suoni carezzevoli, e di uccellini cinguettanti… che… che non ti cagano nemmeno in testa, no. Loro la cacca, in quel mondo lì, non la fanno.
Be’, la mia si è scordata tutte queste premure; lei si esprime vomitando un suono aspro e meccanico, da cantiere edile sotto la finestra della camera da letto. Non assomiglia ad un’amorevole compagna, No. Assomiglia ad un burbero capo di lavoro che, consapevole della tua pigrizia viene direttamente a casa tua e, vedendoti ancora poltrire, ti urla addosso minacciandoti il licenziamento, mentre scaraventa te, il cuscino, il materasso ed affini giù dal letto. E il caffé neanche a pensarci, barbone.
Sì, lo so: perché diavolo non la cambio questa maledetta sveglia? Potrei rispondere sofisticamente, dicendo che ci sono dei vantaggi inaspettati a svegliarsi in un mondo dove non sei certo di essere ben voluto. Ma non lo farò.
Goccia conosce Spina. A volte uno punge l’altro. A volte uno disarma l’altro. Goccia è un ragazzo, poco più, poco meno. Difficile dire perché lo chiamano così. Forse perché è grassottello, anzi, praticamente morbido e paffuto. Forse perché è delicato quanto una goccia: potrebbe evaporare o asciugarsi in un istante. Forse perché su una mano ha un tatuaggio, o più probabilmente una voglia che assomiglia vagamente ad una goccia. … I tre puntini. Goccia è come i tre puntini (ma sono diversi e simili da quelli di Spina): sembra in sospensione ed in dissolvenza. Come una pausa tra le note di una musica. Più lo sciabordio di un’onda, che la sua vetta più alta. I pensieri di Goccia [Il messaggio di Goccia, come quasi intuibile, mi è arrivato tramite un messaggio contenuto in una bottiglia di vetro lasciata nelle acque del mare. O forse era un lago…]
Dov’è la gioia?
…
Tempo fa ho visto quella bella e famosa immagine che disegna gli introversi come racchiusi dentro una bolla di timidezza ed isolamento. Una sorta di sottile barriera che loro hanno per difendersi dal mondo esterno. Non è che abbiano paura di essere attaccati o colpiti da chissà quale violenza. Semplicemente, sopportano a fatica la confusione, la continua presenza o il chiasso del mondo fuori da quella bolla.
Se ti avvicini troppo bruscamente, la bolla si spezza e così la difesa dell’introverso, e allora questo va in panico; perché, in fondo, quella bolla è una parte di loro. Se la spezzi, li hai anche un po’ feriti.
Mi è sembrata una bella metafora della mia condizione. Quella barriera, quella bolla che ci racchiude, un po’ ci imprigiona, un po’ ci difende. Faccio fatica a comunicare oltre a quella bolla. Non è che non voglio: il mio denso silenzio vorrebbe alle volte essere un grido, a volte un discorso lunghissimo, a volte, ancora, una chiacchierata spontanea e infinita.
Il mio silenzio è ricco di tentativi falliti, di parole sospirate ma non dette, di comunicazioni lasciate in sospeso. Però, vi prego, fidatevi, il mio è quasi sempre un silenzio dolce, non un silenzio amaro. Un silenzio primaverile e non invernale.
Cosa vuol dire? Che differenza c’è?
Nel primo tipo di silenzio, per farvi capire, cresce l’erba, i fiori raccolgono la loro energia per poi poter crescere e offrire il loro calore. Nel primo silenzio, un artista si potrebbe racchiudere per pensare e meditare la sua storia: ancora non l’ha creata, non l’ha scritta, o disegnata, o messa in materia, no; ma le sta semplicemente… come dire… dando le condizioni d’esistenza. È un silenzio che vuole ospitare, pur non avendo la spontaneità ed il coraggio della parola. In questo silenzio la distanza si colora di un tepore affettuoso, per quanto malinconico.
Il secondo tipo di silenzio, è un silenzio che non genera né arte, né erba, né colori. A volte, invece, distrugge e, se non distrugge, si limita a lasciare tutto in stasi. In un silenzio del genere l’artista sta semplicemente racchiuso tra le ginocchia e le braccia, come una sfinge, completamente schiacciato dal peso del mondo. In questo silenzio ogni distanza diventa siderale.
Fidatevi, quando vi dico che in questa bolla si respira il primo tipo di silenzio…
Silenzio.
Vorrei toccarvi, ma posso farlo solo con la scrittura.
La scrittura è un linguaggio, un mezzo, una comunicazione particolare: mi permette – come fosse una vibrazione – di oltrepassare le pareti della bolla senza romperla. Forse è l’unica strada per mettere in azione la possibilità del silenzio.
In questo silenzio, mi chiedo e vi chiedo: dov’è la magia? dov’è la gioia?
Non affrettatevi a cercare tra le mie parole. Cercate nel vostro, di silenzio. Magari anche nel buio che trattenete, se volete, sotto le palpebre: in quel calore che potete creare, con la giusta atmosfera, dentro agli occhi e sotto la pelle.
Forse la gioia è proprio in quel primo silenzio.
Forse è nel tempo: non il tempo che scorre e che si misura. Ma quel tempo che sembra nascere nel tempo. Non è facile da spiegare…
C’è un tempo, e poi, improvvisamente, quando facciamo qualcosa di magico, ne nasce un altro, che sembra crescere in verticale su una linea orizzontale. Un tempo profondo, più che esteso.
Respirate lentamente, guardate il palmo della vostra mano, tenuto leggermente arcuato, con le dita aperta, come se ci vedeste crescere un germoglio, o un fiore stupendo.
Forse quel fiore nasce con la musica giusta nell’esatto momento in cui dovete ascoltarla.
Forse nasce quando, in un periodo di profonda noia o tristezza, una sola parola regala un’atmosfera completamente diversa non solo a quelle ore, ma anche ai vostri ricordi, alle vostre speranze.
Forse, ancora, nasce in un momento di creatività inaspettata, in cui quello che prima sembrava terribilmente difficile diventa facile, quasi naturale. E cresce.
Forse nasce da un contatto trattenuto e poi lasciato scorre fra due dita che si sfiorano, o quattro occhi che si guardano.
Forse nasce da una risata improvvisa e genuina, o da un gioco che non ha altro scopo che l’essere un… gioco.
Forse quel fiore nasce in una sorpresa che vi sorprende al momento giusto, e se non siete tanto distratti da capire che quello è il momento giusto (può capitare, e non dovreste giudicarvi troppo male per questo) può capitare di perderlo.
In fin dei conti, se si ritrova quel silenzio, via via diviene più facile riuscire a cogliere quei momenti giusti.
Ci vuole però un’attenzione tremenda, una capacità di rallentare quando tutto sta andando di fretta, quando tutto sembra scandito. In quei momenti lì, allora credo che il fiore riesce a trovare la forza di crescere, e la magia può spuntare.
Ma il mio è solo un messaggio in bottiglia, è una vibrazione scritta oltre la mia bolla. Il mio momento può essere diverso dal vostro, ma tutti, credo, abbiamo bisogno di domandarci qualcosa del genere, di tanto in tanto.
Cosa uno: Spina è tendenzialmente un essere umano. Lo è più o meno come noi: è un puntino sparso e sperso in un’infinità caotica di puntini che non sa decifrare. A dirla tutta, non sa nemmeno se si possa decifrarla: l’insieme magmatico di puntini potrebbe essere privo di senso; oppure potrebbe essere come i famosi schemini dell’enigmistica (quelli a puntini, appunto): potrebbe far parte, in quanto punto sparso fra i punti, di uno schema difficile da vedere all’inizio o dalla sua prospettiva. In questo primo caso, il suo puntino sarebbe fondamentale: in quegli schemi, ogni puntino sembra inutile ma è essenziale. Il disegno non viene correttamente delineato, se tutti i puntini non vengono collegati. Oppure potrebbe essere uno schema caotico e privo di logica: in questo caso, nessun puntino è essenziale. Tutto sta nel guardare le cose dall’alto, o nell’essere il creatore dello schema. Spina non è il creatore, né ha accesso ad una visione completa dello schema. Esattamente come noi.
Cosa due: si potrebbe obbiettare che Spina non è un puntino nel nostro stesso schema: appartiene ad uno schema più piccolo, creato o intuito da un puntino del nostro schema. Vero. Ma ciò non cambia le cose. Spina stesso forse obbietterebbe che neanche chi sta leggendo queste parole può essere assolutamente certo di non appartenere ad uno schema creato da un puntino (e non DAL PUNTONE, per dire).
Cosa tre: già che io abbia scritto “forse”, in merito ad una probabile azione di Spina, ci dice che il puntino che io sono non ha davvero controllo sul puntino che lui è. In un certo senso, in fondo, dal momento della sua nascita, potrebbe essere lui a condizionare me. (E se fossimo noi a condizionare parzialmente il PUNTONE?)
Cosa quattro: dimenticate i punti precedenti, o infilateli in un cassetto del vostro inconscio (tanto ormai lo farete comunque), oppure in una sezione del vostro schema, e tenete in mente questo: Spina è un uomo giovane (almeno, così sarebbe considerato secondo il metro di misura della nostra attuale società), chiamato così forse per la sua struttura fisica, forse per il suo temperamento.
Cosa cinque: infatti, Spina è alto, snello, diciamo pure molto magro, con il mento a punta, pallido di carnagione e con un tratto caratteristico tra i capelli corvini. L’attaccatura della fronte, infatti, ricorda una sorta di freccia, o, appunto, una Spina. Inoltre, Spina è considerato un tipo ruvido, spesso molto diretto, spesso molto cinico, ma forse è solo un’interpretazione dello schema.
I pensieri di Spina
[ L’altro giorno, ho trovato una paginetta scritta di suo pugno fuori dalla finestra della camera. Ecco cosa c’era scritto: ]
Io vi odio.
Vi odio tutti, niente affatto indistintamente, ma non escludo nessuno. Alcuni, godono del mio odio in misura più veemente e concentrata, più pura; ma vi odio tutti. Nessuno si senta escluso. Nessuno si senta risparmiato.
Vi odio e mi fate schifo.
Odio i vostri volti appassiti, i vostri occhi spenti, i vostri corpi stanchi.
Odio il vostro modo di camminare, di andare in macchina, di stringere la mano.
Detesto il vostro modo di chiedere “come stai” e “che lavoro fai”.
Odio i vostri completi ed i vostri jeans.
Odio le vostre serie preferite, i vostri discorsi sempre uguali, i vostri punti di incontro sempre più affollati e privi di colori.
Mi sale la bile a vedere le vostre solite parole ripetute all’infinito. Il vostro ignorare quanto il mondo sia grande e come riusciate a perdere tanto tempo sulle solite cose.
Odio i vostri bei voti, odio la vostra diligenza, odio la vostra lezioncina ben ripetuta.
Mi riempio di schifo immaginando la vostra efficienza ed il vostro buonsenso, per non parlare della maturità di cui andate tanto fieri.
Odio la vostra fretta di crescere, i vostri orari precisi e le vostre notti brevi.
Odio i vostri buoni consigli, specie se mai richiesti; odio i vostri giudizi, la vostra morale preimpostata.
Odio il vostro intelligente realismo, il vostro spirito pragmatico, il vostro sorriso saggio e la risposta pronta.
Mi fanno ribrezzo le vostre lamentele sterili, i vostri programmi acerbi, la vostra continua noncuranza.
Odio il vostro essere pezzi di un ingranaggio che nemmeno vi prendete la briga di osservare. Mi viene il rigurgito al solo vedere, anzi, al solo immaginare le vostre maschere di cortesia: quelle che continuate imperterriti ad indossare perché non cambi mai nulla.
Odio l’appiglio alla citazione, l’uso di qualsiasi fonte e qualsiasi mente a patto che non sia la propria.
Odio il vostro odio per la pagina bianca, odio la vostra enciclopedia, odio la vostra complessità.
Odio il modo perfetto con il quale avete nascosto la magia sotto la tecnica.
Odio la perfetta sequenza di gesti e di abitudini con la quale avete distrutto ogni originalità per conformarvi alla più becera mediocrità.
Odio come avete nascosto voi stessi sotto il tappeto del conformismo e dell’evitare lo scontro.
Odio il modo in cui avete nascosto la luce che avete dentro, per adeguarvi all’ingranaggio della convenzione e della ripetizione.
Odio la ripetizione costante del passato e della tradizione; l’esaltazione di ciò che è morto e la paura di ciò che è vivo o, almeno, avrebbe una vaga possibilità di esserlo.
Odio il nascondiglio quotidiano ed introvabile nel quale avete nascosto la gioia, la meraviglia e la sorpresa.
E soprattutto, soprattutto odio la vostra infinita capacità di rivestirvi di strati che non fanno che nascondere e seppellire la meraviglia con cui sareste invece fatti.
Vi odio tremendamente perché potrei amarvi inesorabilmente
E ancora, vi odio perché state vincendo e per quanto mi rassomigliate.
Lev Tolstoj tratto da: Racconti per contadini, Associazione culturale Mimesis, pp. 267-271
Un bel modo di parlare della presenza mentale.
Un racconto Zen: Le tre domande
Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema: • Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? • Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? • Qual è la cosa che più conta sopra tutte?
L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa.
Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta.
Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto.
Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva essere tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.
Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.
Anche alla seconda domanda si rispose nei modi più disparati.
Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.
La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri.
Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.
L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata.
Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, rivestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.
Giunto alla dimora del sant’uomo, l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna.
Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuovere una zolla, gettava un lamento.
L’imperatore gli si avvicinò e disse: “Sono venuto per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è la cosa che più conta sopra tutte?”.
L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare.
L’imperatore disse: “Devi essere stanco. Su, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.
Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si, rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: “Perché non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due.
Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne. L’imperatore mise giù la vanga e disse all’eremita: “Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”.
L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore: “Non senti qualcuno che corre verso di noi?”.
L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi.
Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finché l’emorragia non si fu fermata.
Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fresca. Nel frattempo, il sole era tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a trasportare il ferito nella capanna e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e restò immobile. L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si appoggiò al vano della porta e si addormentò. Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito. Alla vista dell’imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: “Vi prego, perdonatemi”.
“Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore.
“Voi non mi conoscete, maestà, ma io vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’ora sarei morto certamente.
Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”.
L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fosse completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita. Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato.
L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta”.
“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso.
“Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me.
Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita. Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il solo momento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita”.