lunedì 28 giugno 2021

Cos'è l'estetica?

Cos'è l'estetica? (Da Kant a "Sto pensando di finirla qui", passando per Arthur Danto).
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo farci altre domande, come
- Cos'è la bellezza?
- Cos'è l'arte?
Come cambiano, se cambiano? Come le percepiamo?
L'estetica è un'onda (enorme) del mare della Filosofia. Qui proviamo ad esplorare un possibile frammento della sua affascinante complessità.




martedì 22 giugno 2021

Solo un pastello

 



Una striscia di legno.

L'interno è color noce o,

forse, compensato. 

L'esterno è verde chiaro. 

No, non è un cilindro vero,

ha più... forma esagonale. 


Dietro, sul fondo, un punto verde

immerso nel legno più scuro, 

forse usurato.

La punta è leggermente più chiara,

quando lo usi, hai un'impressione diversa,

per esempio,

quando sottolinei una frase, 

sulla pagina d'un libro, color crema,

come: "Anche la cosa più insignificante

contiene un po' di mistero", il colore

sembra più chiaro, 

quasi fosforescente.

Credo ci stia bene.


Mi fermo meglio a guardare,

vedo dei piccoli segni sul fondo e,

più leggeri e irregolari, sulla superficie, 

per il lungo. 

Segni minuti e disordinati. 

Nessun altro pastello Holland li ha. 

Solo questo. 

E allora mi dico: questo è speciale. 

Questa è una bella storia. 

Un tempo anche a me, capitava di avere

quei segni: minuti e irregolari, sulla pelle

color crema. 

Ci stava bene, il segno dei tuoi denti. 

Però, ora, sono come un pastello qualsiasi. 


lunedì 14 giugno 2021

Un viaggio in treno

 


Al mattino il papà la trovò tra i colori, e con la sua parrucca bionda sopra i capelli nerissimi. Come avesse un nido giallo in testa.


Le sorrise: «Dai, andiamo!»

Delia aveva visto tanti treni, ma non ci era mai salita. Questo era così grande, ma così grigio! I treni lasciano la stazione come le navi lasciano il porto.


Lo percorsero da fuori, lungo la banchina: sembrava infinito, e loro erano all'ultima carrozza. Stavano per salire ma...


Il papà bisticciava con i biglietti: «Ho dimenticato di obliterare, incomincia a salire: arrivo!».


Delia salì sul treno, e vide il papà che prima correva verso la macchinetta in fondo, poi la stazione si allontanava: sembrò andarsene via, e così il suo papà.


Il cuore le batté forte: nel suo vagone sembravano tutti grandi, e tutti tristi. E quando è triste o ha paura, Delia disegna.


Ora, sui vetri del vagone: fiori e piante crescevano tra sedili e giornali, gli uccelli cantavano sui portaborse.


Nei sorrisi dei passeggeri Delia nascose la paura. Se avesse potuto, avrebbe colorato ogni vagone. In ogni vagone ci sarebbe stato un mondo, e in ognuno di questi ognuno avrebbe trovato il suo posto e non sarebbe più stato triste.


Dei rumori la distrassero: un uomo enorme vestito di blu si avvicinò a passi pesanti. Controllava che tutti avessero il biglietto e fossero abbastanza seri e composti.


 Delia mancava entrambe le cose: il cuore batteva, gli uccelli urlavano e i fiori tremavano.


Quando fu troppo vicino Delia corse sotto le gambe del controllore. «Fermati, bimba con quel nido biondo in testa!» ma lei correva per i vagoni, e il controllore la inseguiva.


Tra i vagoni i due corsero come corrono le nuvole, ma Delia inciampò e il controllore arrivò. «Dove sono mamma e papà e dov'è il biglietto? Perché hai sporcato tutto il vagone?! E che diamine hai in testa?».


«P-papà non è salito, ho solo fatto le cose più allegre e questa è per mio fratello» disse Delia, disegnando baffi viola al controllore, che la guardò serio, e sorrise, ma solo per un attimo, sotto quei baffi.


Il treno si fermò. Delia fu portata nella sala d'attesa della stazione: era fredda e buia. «Ora aspetti qui!» gridò il controllore. Fece per andarsene, ma allungò la mano. Delia, mogia, gli passò i pennarelli.


Ora era troppo sola e quella stanza troppo grigia. Delia non piangeva mai, ma quella volta lo fece.


Delia stava ancora aspettando e, quando stava per allagare tutta la stanza, il controllore tornò. «C'è qualcuno per te» disse sotto i baffi viola. La porta si aprì...


ed entrarono papà, mamma ed il fratello Mirco. Bianco in volto, senza capelli, ma sereno.

Delia gli saltò in braccio, si tolse la parrucca che aveva fatto per lui e gliela mise in testa.


Poi tutta la famiglia e il controllore colorano la stanza: alberi, soli, sogni e farfalle.


Non avrebbero più permesso che qualcosa la rendesse di nuovo grigia.


I due fratelli si abbracciarono e, nello specchio della stazione, Mirco vide il suo volto sorridere, poi, tutto il percorso che lo aveva condotto lì.


Mirco e i suoi genitori trovarono sulla banchina ad aspettarli un omone enorme vestito di blu, con degli strani baffi viola sotto il naso, che li accompagnò davanti alla porta della sala d'attesa.


Fu quando salirono sul treno, che il padre di Mirco ricevette la telefonata di un controllore delle ferrovie: era lungo il viaggio, e scesero a quella stazione.


Non era né premuroso né saggio, ma Mirco non volle sentire ragioni: volle partire subito per cercare Delia. Il padre credeva sarebbe arrivata all'ospedale prima di lui, ma forse era ritornata a casa per paura. 


Nella stanza, dopo lunghe ore di cura e poi di stancante riposo, Mirco e sua madre non aspettavano altro che Delia, ma arrivò, trafelato e spaventato, solo suo padre. Chiese come stava Mirco (era stanco e molto triste) ma raccontò che Delia era salita sul treno da sola, e l'aveva persa.


Quello che davvero non si aspettava, era che la sorella lo avrebbe curato con una donazione. Mirco non comprese bene: ma qualcosa che era nel corpo di Delia sarebbe entrato dentro di lui, e lui sarebbe lentamente guarito. Non era qualcosa di sicuro, ma bisognava provare. Per cui un giorno partì con la madre e andò in ospedale per l'ultima cura.


Le cure che Mirco fece erano davvero difficili. Ogni volta stava male, e si chiedeva che cavolo di cura fosse, se poi stava peggio di prima. Avrebbe rinunciato sicuramente, senza i sorrisi e i disegni di Delia.


Allora Delia decise che era il suo turno per cercare di farlo sorridere. Lo faceva in vari modi, ma quello che Mirco preferiva era quando lei disegnava di nascosto (per esempio quando Mirco era all'ospedale per le cure) sulle pareti della stanza, e creava un piccolo mondo per la sua notte.


Mirco non riusciva più a far ridere Delia. Avrebbe voluto, ma era sempre troppo stanco, troppo debole, e questo gli dispiaceva, forse, anche di più di essere così malato. 


Il bambino era sempre più stanco, sempre più pallido. Le sue mani si riempivano di puntini rossi. Sua madre lo controllava sempre, ma non riusciva a vedere nessun disegno sulla sua pelle, come non riusciva a vedere nessun senso nel suo destino.


Sembrava una serenità senza interruzioni, un vetro pulito senza crepe o aloni, la vita di Mirco e Delia e dei loro genitori. Tutti si volevano bene e filava liscio, come un sorgente lungo una collina. Ma un brutto giorno il vetro esplose senza preavviso: Mirco stette poco bene - per la prima volta perse nel gioco della zuffa con Delia, e poi peggiorò a vista d'occhio: il medico gli diagnosticò una malattia mortale.


Mirco e Delia erano due bambini sempre giocosi e vivaci. Erano fratelli, Mirco era di tre anni maggiore: litigavano di rado, e quando lo facevano Mirco trovava sempre un modo per farla tornare a ridere. Una volta le fece un brutto scherzo, allora per farle tornare il sorriso le regalò dei pennarelli bellissimi. Di quelli che puoi scriverci sui vetri e sui muri, volendo. Delia allora prese a colorare il mondo.



giovedì 10 giugno 2021

Cosa vuol dire giocare?

 



Cos'è per "me" il gioco?
Definire significa mettere qualcosa dentro a un insieme, e lasciare fuori qualcos'altro.
Non so definire il gioco.
Però... sai quando ribalti un divano per infilarti sotto una tenda indiana o una grotta misteriosa?
O quando lasci che la pioggia ti bagni senza preoccuparti dei vestiti sporchi?
Quando ti ricordi che conservi ancora l'armadio rotto di tua nonna e, quando ne parli con uno sconosciuto, ti ricordi ancora il suo sorriso di dolce rimprovero?
Quella volta che ti prendi una pausa tra le mille cose che non hai scelto, per vedere come la luce cade sulle foglie?
Quando in quel marasma di cose che il mondo manda avanti con il pilota automatico, trovi spazio per qualcosa che non ha senso per nessuno, tranne chi sta dentro a quel cerchio, sotto a quel tetto?
Quando infili un discorso dentro un altro discorso e tiri notte senza ben capire di che avete parlato, ma state tutti meglio di quando avete iniziato?
Quando torni a casa stanco e un po' depresso, ma alzi lo sguardo e - d'improvviso - ti ritrovi circondato, in quel prato di periferia, da tante lucciole come non accadeva da chissà quanti anni?
Come quando ti appiccichi le dita di colla e colori, prendi il tempo e ne fai un pastrocchio, ma sai che non è perso...

Ecco... credo che giocare sia una cosa così.

lunedì 3 maggio 2021

Cos'è la filosofia? (Una passeggiata tra sogni e farfalle)



Che cos'è la filosofia? Bisognerebbe scrivere interi testi di filosofia per rispondere a questa domanda, e talvolta definire un concetto rischia di essere troppo semplificativo o delimitante: meglio incontrarlo.
Per esempio, tramite un esperimento mentale.

domenica 2 maggio 2021

Non capita spesso, ma a volte succede

 


Non capita spesso, ma a volte succede. 

Un pomeriggio troppo uggioso,

la noia si accumula nel tempo perso

e la vita sembra andare dove non hai scelto

dove non sai. 

Ma il cielo si apre, 

i colori si accendono

come scelti a tavolino

la luce si adagia sui rami

come pittura sulle dita. 


Non capita spesso, ma a volte succede.

Tra le tenebre che ti stringono

le giornate uguali si ripetono

i pensieri grattano il cervello

come zombie chiusi in una stanza. 

Ecco un filo di chiarezza

Tiri tu, ti trascina lui

dove puoi ancora creare

dove smetti di aspettare.


Non capita spesso, ma a volte succede.

Un foglio bianco non vuole parlare

ti fa credere di essere niente

perché niente avviene.

Poi l'aria si sporca di musica e di tè

note leggere, bagnate di gradevole amaro. 

La luce è quella giusta.

Il foglio non è più vuoto

e tutto il mondo... per ora

sei tu. 

venerdì 23 aprile 2021

I pensieri di Spina: cose senza nome

 



"E come la descrivi una cosa così?

Qualcuno lo chiama letto di tenebre, qualcuno parla del fuoco: quando si accende intorno e il fumo ti entra nei polmoni la finestra al quinto piano ti sembra così vicina ed attraente, e mai abbastanza alta.


Ma l'acqua è meglio. Affogare. Sprofondare, scendere nel buio delle tenebre, domandarsi da dove arrivano e risponderti: da me. Sempre da me. 


Affoghi perché l'aria che respirano tutti ti sembra qualcosa di speciale, qualcosa che non va davvero bene nei tuoi polmoni, che quando ti entra in bocca ti secca la lingua e te la fa incollare al palato. 

Non è cosa per te. 


Sprofondi perché non trovi connessione con quello che fanno tutti. Giocano in modo diverso, seguono inconsciamente delle regole che tu non solo non comprendi, ma fatichi perfino a trovare, ed anche a beccarle, da qualche parte: sono in una lingua che non ti appartiene. 


Scivoli ancora più in basso perché poi arrivano i sensi di colpa, e colpiscono così forte che neanche un pugno di Tyson o un triangolo di Khabib. Sì, perché tu lo sai che stai affondando per colpa tua, ma non vuoi che altri in qualche modo ti seguano, o che siano in colpa perché non possono aiutarti. 


Affoghi e la verità è che non sai perché. O meglio, qualcosa lo intravedi: nelle acque più profonde tutto diviene meno speciale, meno particolare, meno pregno di significato. 

Eppure era lì che trovavi ogni dannato colore. Era lì che trovavi ogni senso, oltre la superficie che tutti si ostinano a navigare. Bisogna scendere ancora più a fondo, allora?

Perfino i pesci abissali sembrano così indifferenti. Li guardi e non sai cosa dire, anche quando ti sfiorano delicatamente il volto e sembrano sorriderti: vorresti ringraziarli e sentirli davvero, ma quando affoghi qualcosa ti impedisce di farlo davvero. Senti semplicemente che stai scendendo.

Che stai sprofondando. E apri la bocca, le rarissime volte che vuoi dirlo, ma da lì escono solo bolle. E le bolle non interessano a nessuno. Non queste qui.  


Ed è così strano: a volte tutto è indistinto, noioso, indifferente, a volte tutto è così tetro e terrificante da sentire così tanta tristezza da chiederti come fai a sopravvivere: quella è l'acqua che ti entra nei polmoni e ti ammazza dall'interno. 

A volte, quando tutto non è così terribilmente triste o così incredibilmente insignificante ci provi a sputare fuori tutta quella merda, ci provi davvero.

Ma a volte hai troppa acqua in bocca, e troppo poca aria nei polmoni.

A volte provi perfino a sfiorare i colori di un pesce o azzardare un timido sguardo verso la superficie. Solo che ti sembra sempre di esserteli inventati quei colori, quella via di fuga. E allora pensi perfino che non te la meriti, quella via di fuga. Quella luce, quei colori. 

Ti guardi dietro e vedi che hai attaccata al culo una lunghissima coda di sporcizie, lattine vuote, sacchetti di plastica gettati, polvere mescolata al sangue e all'inchiostro. Non sai quanto sia lunga quella coda, ma si attorciglia ovunque, e forse è incastrata nel fondo degli abissi: ti ancora là. E tu la guardi, quella coda, ed ogni occhio la vede diversamente.

Da una parte non c'è cosa che tu possa odiare di più, non c'è cosa che possa farti più schifo. Dall'altra però, la guardi con un certo affetto, con una qualche misura di tenerezza: in fondo è il tuo percorso, per quanto attorcigliato e complesso, per quanto sporco e merdoso. 

Non lo sai se prima o poi lo toccherai il fondo, non lo sai se quella fottuta coda prima o poi si spezzerà, non lo sai se tutta quella dannata sporcizia prima o poi ti servirà a qualcosa, o forse sarà proprio quella a farti tornare a galla. 

Non lo sai."

giovedì 8 aprile 2021

IL sistema dell'apprendimento




Gli scatoloni del giorno erano quasi pronti. Grazie alla direzione del signor Yorick, anche questa mattina tutto era stato riordinato e preparato alla perfezione.


Nel primo armadio erano stati posizionati i materiali per la prima classe. Questi, erano suddivisi non solo per argomenti e fasce di età dei fruitori (o dei bisognosi, per meglio dire), ma anche per tipologia di somministrazione, metodo di verifica e perfino posologia eccezionale, per casi legalmente certificati.


Il Grande signor Yorick stava illustrando l'enorme archivio al signor Zweifel, che era venuto dall'estero per osservare i metodi del sistema, ormai diffuso uniformemente - con pochissime vere varianti - in tutto il mondo.


Era veramente incredibile la capacità che aveva il Grande signor Yorick di fare tante cose contemporaneamente: mentre guidava il signor Zweifel tra i numerosissimi labirinti bibliotecari del Sistema. Riusciva infatti a mostrare i materiali, dare gli ultimi ritocchi mentre spiegava, dare le ultime istruzioni del momento ai suoi dipendenti, il tutto senza perdere mai il filo. Per farlo, doveva essere perfettamente organizzato: anche l'imprevisto era incasellato in un preciso tempo ed un preciso tassello: di modo che venisse prontamente neutralizzato.


Il signor Zweifel ne ebbe prova diretta quando una sua collaboratrice, allarmata, gli disse che nella scuola dodici del quarto distretto era arrivata una nuova ragazzina, con certificazione A018, ed aveva due ore buche, quella mattina. Il Grande Signor Yorick continuò a mostrare il percorso al suo ospite, ma nel mentre prese dei materiali: una raccolta di slide, un breve messaggio audio, due pagine di lettura, un paio di immagini, una mappa concettuale ed una verifica a domande brevi, con risposta di massimo dieci righe ciascuna. «Pim pum pam, partite con il castello medievale e la sua struttura, e le ore sono riempite, occupate» aveva già costruito il pacco, e lo aveva consegnato alla sua dipendente: «Lo porti in consegna». La donna lo ringraziò con occhi ammirati, e partì per la consegna del prezioso pacchetto disciplinare.


Intanto, il signor Yorick illustrava il Sistema, mostrando con gesti pragmatici l'enorme archivio di materiali al signor Zweifel. Il tutto sembrava inserito in una struttura enorme e labirintica, ma da come si muoveva il suo architetto ed i suoi dipendenti, si comprendeva che ogni cosa fosse perfettamente organizzata. Ogni elemento era al suo posto, esattamente dove doveva stare. «Qui si trova di tutto in termini di contenuto, dalle rocce sedimentarie al moto rettilineo uniforme; dal piano inclinato al De rerum natura; dai logaritmi ai giorni della settimana in inglese e francese».


Il signor Zweifel annuì guardando l'enorme struttura, poi chiese «Ho visto che ha abbinato dei materiali a delle prove di verifica ed una lista di procedure, nel pacchetto di prima, se non sbaglio...».


Il signor Yorick sorrise mentre controllava un dipendente allestire un pacchetto dedicato alla lettura delle ore analogiche e digitali e preparava un suo personale bonus di un'ora sulle mogli di Enrico VIII (divorced beheaded died, divorced beheaded survived) «Certamente, i pacchetti sono divisi per età di somministrazione, tempo di fruizione, difficoltà disciplinare, metodologia di acquisizione e tipologia di verifica. Se si segue la giusta procedura è davvero impossibile sbagliare» lo disse mentre allestì nel mentre un nuovo pacchetto: «Pim pum pam, pacchetto sui pianeti del sistema solare. Mentre Volavo Tu Mi Gettasti Su Un Nuovo Pianeta» ridacchiò consegnando il pacco ad un giovane corriere.


Il signor Zweifel si grattò la barba castana, pensoso, poi chiese: «Ma c'è possibilità che gli studenti possano scegliere i loro pacchetti, o almeno parte di essa?».


Il grande signor Yorick rise di tanta ingenuità: «I pacchetti sono studiati nel minimo dettaglio, dai contenuti, alla proceduta di somministrazione, alla verifica degli apprendimenti. Ed ogni pacco si collega con logica e coerenza perfetta ad altri pacchetti, formando una catena senza anelli deboli, senza lacune di alcun tipo. Un tale lavoro esclude che si possa fare una scelta del genere senza conoscere perfettamente di cosa abbiano bisogno i discenti».


Ovviamente, Yorick rispondeva a tutto questo mentre controllava due altri pacchetti: uno riguardava la Maieutica socratica (suddivisa in comodi schemi ad albero ed esempi significativi e verificata con un test multiplo a crocette) ed un elenco di 35 figure retoriche, collezionato in ordine alfabetico e con indice di frequenza nelle poesie di maggior valore oggettivo.


Qualcosa però continuava a non tornare al signor Zweifel «Quindi i contenuti sono predisposti per fasce di età ed utilità conseguente. Mi chiedo però: se gli studenti non possono scegliere quali pacchetti esaminare, o per meglio dire, di quale materia interessarsi, o di quale domanda tentare di cercare la risposta, non rischiano di perdere interesse? E, in ogni caso, non potrebbero scegliere almeno il metodo di apprendimento e di studio?»


Il signor Yorick quasi rise, poi scosse la testa mentre allestiva una risma di fogli colorati l'uno sull'altro: l'illustrazione del RAGionier VAIV spiegava i colori dell'arcobaleno, per poi verificare con un compito di realtà (la ricerca su internet di un arcobaleno) la conoscenza dei discenti. «Vede, caro amico, la vera istruzione non è diversa dalla Medicina: i pazienti non sanno davvero cosa li affligge, né perché, sono i dottori, forti della loro preparazione, a sapere non solo cosa è meglio prendere, che dieta seguire e che cura apportare, ma anche come farlo, e con che tempi. Il che non è strano: è il loro mestiere, il loro studio ed in fondo... la loro vita. Allo stesso modo, i discenti non sanno davvero quello che bisogna conoscere, come apprendere o come performare. Ma il Sistema è forte di moltissimi anni di studio e di perfezionamento, e per ogni contenuto ha ormai trovato il giusto metodo di connettere i contenuti ai metodi, i procedimenti ai test, gli spazi ai tempi. Rompere un tassello del meccanismo, per frenesia o ingenua curiosità, significherebbe, come le dicevo indirettamente prima, indebolire la catena».


Il signor Zweifel si fermò per qualche istante per guardare il via vai dei corrieri vestiti di bianco e con il cravattino nero disperdersi tra quegli enormi archivi, sembrava effettivamente un formicaio perfettamente organizzato. E si sa, le formiche possono sparpaiarsi di tanto in tanto, ma poi tornano sempre dove erano, e la loro struttura gli permette di sopravvivere a quasi ogni cataclisma, se non a livello individuale, a livello gerarchico e sociale. «Mi viene però da dire» continuò in ogni caso il pensoso ospite del Sistema «che se uno studente non può mai scegliersi un argomento o una metodologia di studio rischia di finire per annoiarsi, di non sentire come proprio quello che sta analizzando, non capire davvero perché lo stia facendo e...»


Yorick lo interruppe, mentre già stava finendo di impacchettare un bonus sul teorema di Pitagora con applicazione sull'agrimensura dei campi di barbabietola da zucchero «Oh ma non deve preoccuparsi di questo: nei pacchetti sono sempre inclusi dei suggerimenti per rendere sempre frizzante la procedura o la lezione dei docenti. Per esempio, sono corredate di anedotti divertenti, o ganci cognitivi, come piccoli e celeri riferimenti allo sport o allo spettacolo, di modo che gli studenti si sentano sempre in empatia e connessione, ma senza limitare i contenuti o indebolire la struttura di verificazione».

«Così però non li si sta semplicemente ingannando?»

«Prego?»

«Voglio dire, si rende una lezione statica leggermente più dinamica per far credere che ci sia un collegamento con quel ragazzo o l'altra signorina, ma in realtà il tutto è rimasto immutato, solo che si è aggiunto un po' di colore per poter dire che tutto è cambiato».

Yorick ridacchiò mentre sistemo velocemente un pacchetto sulla sociologia della religione, che includeva un veloce passaggio sul culto fatto in caso ed una breve possibilità di dibattito sul crocifisso in aula. «Lei sottovaluta i dettagli: se aggiungo molteplici comfort ed optional ad una vettura, non sto ingannando chi la guida, la sto effettivamente cambiando. E, in un certo senso, quella macchina non è più la stessa».

«In un certo senso...»

Passando su un altro tavolo, l'ospite vide come si facevano certe antologie: si prendevano dei romanzi, o dei racconti lunghi, e li si tagliavano, facendole come a pezzi, per poi ricomporle, appunto, come un utile florilegio. Ogni pezzo, ovviamente, aveva un commento, delle note a piè di pagina, degli esercizi da svolgere sulla lettura oppure, se necessario, una parafrasi: nella pratica, il saggista o curatore dell'antologia spiegava in parole semplici quelle cose che il poeta o l'autore del testo non erano riusciti a spiegare, tenendo un po' troppo alle loro... "pieghe". 

Rimase insieme stupito ed affascinato da quel mestiere, ma anche critico: «Ecco. Mi viene da chiedere, ma spezzettando così un libro intero, e leggendone solo dei passi, non si rischia di perderne il senso completo?».

Il grande signor Yorick rispose con estrema pazienza, anche se le sue mani correvano veloci per riordinare accuratamente dei pezzi - per esempio un terzo di lunghi racconti, o una paginetta di qualche romanzo - assieme a lunghi commenti ed analisi di ogni forma «Prima di tutto, c'è sempre da considerare il tempo. Non si può far tutto. Si deve scegliere, ed è sicuramente meglio prendere dei frammenti, ottimamente spiegati, di molte cose diverse, che poche cose per intero. Inoltre, lei deve sempre considerare che qui lo scopo non è leggere per intero dei romanzi o dei racconti, a titolo di esempio, ma far capire le strutture, le forme, i linguaggi: lavoro molto più difficile, ma assai più costruttivo. Le storie, in fondo, sono degli accessori ai temi, alle figure, alla terminologia da imparare».

L'ospite annuì senza rendersene conto: in fondo sembrava tutto così razionale. Fece ancora qualche domanda, ma più generica, mentre esplorava altri reparti del Sistema, ma sembravano tutti molto simili al primo: probabilmente, come il signor Yorick gli aveva spiegato, non aveva la preparazione necessaria per cogliere ogni singola distinzione, ogni piccolo e pregiato dettaglio che, al contrario, gli avrebbe fatto apprezzare di più sia le minute differenze, sia la struttura generale del Sistema e la sua perfezione.

Ad ogni buon conto, il signor Zweifel alla fine del giro era ancora pieno di domande. Si chiedeva perché tutti quei giganteschi armadi fossero destinati specificamente ad una certa età, si domandava perché non fosse possibile mescolare persone di diversa età, o perché il tempo fosse così preciso nello scandire gli anelli della catena, come amava dire il signor Yorick, ed al suono della campanella, per dirla così, bisognava per forza smettere di fare quello che si stava facendo, per passare ad altro. O ancora, si chiedeva perché il 90 per cento dei contenuti fossero dedicati - per dirla con Cartesio - ad attività mentali e cognitive e saltassero a piè pari (è il caso di dirlo) l'utilizzo del corpo fisico e del coinvolgimento emotivo, come nell'arte, la danza, il canto, il teatro o la lotta. Ancora, si chiese se non fosse il caso di inserire nella complessa procedura del sistema qualche tempo morto, per riposarsi, parlare, o magari inventarsi qualcosa di nuovo o, semplicemente, lasciarsi il tempo di assorbire quanto precedentemente osservato. Si chiese perfino perché gli spazi dovessero essere sempre quelli, sempre al chiuso, e sempre su quelle sedie.


Alla fine però, sentite le sempre pronte risposte del signor Yorick , si convinse della vanità dei suoi dubbi. Tutto sommato, si sentì anche un po' in colpa: chi era lui per mettere in dubbio quelle pratiche consolidate, e corroborate dal tempo, oltre che dalla autorevole competenza del suo creatore? Decise quindi di mettere da parte ulteriori domande, convincendosi della bontà del Sistema. Anzi, uscì da lì con un bel pacchetto metacognitivo sulle procedure di insegnamento veramente completo: c'erano 150 slide, 15 mappe mentali, 30 flashcards, un video bonus e ben tre tipologie di verifica! Non solo, il signor Yorick, come ringraziamento per la sua visita, gli regalò un bonus fatto sul momento sull'arte cretese. Non sapeva ancora come era organizzata, ma ormai non aveva più dubbi: era esattamente ciò di cui aveva bisogno.

mercoledì 31 marzo 2021

Più o meno una borraccia

 


Un alto cilindro di plastica viola che scivola nell'azzurro

e poi nel verde.

In cima, ha un tappo nero provvisto di chiusura ermetica.

C'è anche una sicura: basta alzare la levetta di plastica per evitare perdite improvvise.

Appena sotto il tappo, una coroncina di stoffa verde forma un piccolo nastro per poter prendere la borraccia anche da quel cordino.

Lungo la costa laterale, una scritta sottile, quasi fusa con la trasparenza colorata del rivestimento plastico indica la marca: "New Water" e quasi sembra volersi confondere con l'acqua che contiene.

Sempre presso la superficie, di lato, vi sono delle tacchette che segnano sia la quantità volumetrica del liquido sia il tempo, in ore. Antimeridiane e postmeridiane.

Il quantitativo in acqua è segnato in once (OZ), unità di misura a me misteriosa ma che, lo dice wikipedia, dovrebbe essere pari a circa 30 ml.

Più interessante è l'orario: serve a mettere in relazione il livello dell'acqua e il tempo della giornata.

Io mi fido della borraccia e del suo tappo ermetico, ma lei non si fida di me. Mi ricorda, infatti, quanto devo bere e a che ora. Ma non basta: sul fondo mi ordina di riempirla quando l'acqua raggiunge quel livello.

A pensarci, non mi sembra un rapporto paritario: in fondo, anche tu, cara e fedele borraccia, nonostante il nastrino, il tappo ermetico e la leva di sicurezza, hai avuto le tue incertezze.

Ti ricordi quella volta che bagnato la sua giacca nuova, sul sedile posteriore della macchina, quando eravamo in gita ed io non sapevo come scusarmi?

In fondo, quello era il tempo in cui io e lei stavamo imparando a conoscerci e, saltando le tappe, guardandoci negli occhi stavamo imparando ad amarci.

Per fortuna, quella giornata fu così bella che nessuno ebbe davvero il coraggio di lamentarsi di un po' d'acqua rovesciata sulla giacca nuova: ecco, quando la vita è bella, è più facile perdonare.

Anzi, la memoria e il buon umore riesce perfino - con il tempo che diventa ricordo - a trasformare un fastidio in un sorriso piacevole. Alle volte, perfino una tragedia può far sorridere, e non per forza bisogna vergognarsene.

Quasi, cara borraccia, mi viene da ringraziarti, per quell'errore.

E tu? Lo so, sono un tipo disordinato e scostante; spesso mi dimentico le cose e mi perdo facilmente ma, forse, un giorno anche tu saprai ridere dei miei difetti e delle mie numerose mancanze...

Tornando al tuo errore: non era un'occasione da poco; eppure, non me la sono presa con te al punto da ricordarti ogni santo giorno cosa devi fare (o non devi) e a che ora!

In fin dei conti, insieme stiamo capendo che il mondo lo puoi vedere come qualcosa da provare, qualcosa da riempire tappa per tappa, ogni cosa al suo giusto momento, senza mai sgarrare; oppure, puoi bere tutto di un fiato e scombinare i tempi; scoprire - perfino - che se anche qualcosa non va come dovrebbe, anche se qualcosa si rovescia... be', in fondo, poco male: è solo un po' d'acqua; è solo una borraccia.  


mercoledì 17 marzo 2021

Prima di ripartire




Prima di ripartire

Finito il lavoro mi siedo in macchina.

Aspetto ad accenderla: guardo solo davanti a me.

Non ho la forza di ripartire

così sto fermo e, tra le luci dell'orologio

e del contachilometri

cerco di trovare un senso alle ore spese lì dentro.

Alcune macchine di alcuni colleghi partono,

si allontanano dal parcheggio.

Non ci riesco.

Rimango a contare i respiri e trattenere le lacrime.

Stringo il volante e mi chiedo: "Che ci faccio qui?"

Chiudo gli occhi per dieci secondi e accendo la macchina.

Prendo il telefono dalla giacca e, non so perché,

ascolto la tua voce registrata.

Alzo gli occhi oltre al parabrezza e lo vedo.

Nel prato del parcheggio,

un grosso uccello di cui non saprei dire il nome.

Ha un piumaggio grigio e blu, e un bel becco arancione.

Sembra sereno.

Forse cerca qualche briciola in quel granello di prato,

nel parcheggio, tra i posti auto.

La radio si accende sull'ultima traccia.

Abbina uno sfondo perfetto alla tua voce

mentre quell'uccello blu e grigio zampetta,

tranquillo, intorno alla mia macchina.

Sorrido e aspetto ancora...

Qualche altro secondo...

Prima di togliere il freno a mano e mettere in prima.

Posso andare.

Ora posso andare.