martedì 9 marzo 2021

Quale mondo vuoi?




 Un piccolo frammento di vita (più o meno immaginaria) che mi è arrivato da questa canzone di Laura Shigihara (e relativo gioco - Rakuen): 

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[Parco della betulla, Esterno Giorno, Sole. ]

Nel parco c'erano tanti alberi, ed anche laghetti, piccoli ponticelli, qualche giostra e più di un'altalena, ma soprattutto alberi. E uno di questi, era decisamente particolare: più particolare di tutti. Stava vicino alla grande villa neoclassica a poche centinaia di metri dall'ingresso principale del parco, ed era un'enorme betulla piangente. No, non un salice, proprio una betulla, con tanti di quei rami che scendevano fino a toccare terra... tanto da creare una specie di tenda, anzi, un vero e proprio salone naturale. Ci si poteva entrare e nascondere, senza neanche bisogno di stare rannicchiati o abbassare la testa. Per la verità, era talmente grande, lì sotto, che ci poteva stare una dozzina di persone, e c'erano perfino due panchine. Belle e bianche: come il tronco della betulla.


A volte la gente entrava sotto quei folti rami come si entra aprendo le tende, o in quei vecchi negozi dove molteplici fili di perline fanno da porta: bisogna stringere le mani per infilarle in una piccola sezione (tra un filo di perline e l'altro, o tra un ramo piangente e l'altro) e poi aprire le braccia, per allargare il varco ed entrare dentro in quella sorta di salone da ballo naturale, che era anche una specie di grande rifugio. Basta quindi fare un singolo passo e la cascata di perline (o di rami) si chiude dentro di te, facendoti quasi entrare in un altro mondo. Da fuori, non riuscivi davvero a vedere quello che c'era dentro.


A volte, non c'era niente di davvero interessante da vedere, ma un pomeriggio, quel pomeriggio, qualcosa di importante successe davvero. Ecco cosa.


Due ragazzini erano seduti per terra, vicino ad una panchina, bianca e bella, come la betulla dentro la quale erano nascosti. Uno aveva i capelli biondissimi, l'altro, rossicci. Uno era un poco più alto e magro, l'altro portava gli occhiali, ma si assomigliavano proprio tanto. Del resto, entrambi assomigliavano proprio tanto alla donna dai capelli chiari ed i grandi occhiali circolari seduta sulla panchina. Questa di tanto in tanto guardava i due ragazzi, ma perlopiù sembrava fissare il vuoto. O meglio, quella specie di muro naturale che i rami della betulla costruivano.


Ai piedi dei due ragazzi c'era un po' di tutto: ghiande, castagne, sassolini colorate e qualche foglia dalla forma interessante. Forse anche qualche cartaccia ed altro che avevano trovato e recuperato passeggiando per il parco.


I due bambini pescavano tra quelle cianfrusaglie, ne prendevano una e la mostravano all'altro, poi creavano una storia, o un mondo.


Per esempio, il rosso prendeva un sassolino bianco con al centro una sfumatura di blu e diceva: «Questo è un mondo fatto quasi interamente di sabbia bianchissima. Al centro c'è un enorme lago azzurrissimo e, almeno una volta nella vita, tutti gli abitanti delle sabbie bianche vanno a vedere il lago azzurro: un lago bellissimo e anche magico, perché ci si può respirare dentro e, forse anche per questo, non è abitato da pesci, ma da gatti, scoiattoli e cagnolini che ci nuotano dentro, fin nelle sue profondità».


Allora l'altro ragazzino prendeva una foglia verde verde e molto piatta e diceva qualcosa come: «Questo mondo è una nave gigantesca che vola nel vuoto. Una nave verdissima e fatta interamente di piante e liane, con alberi da frutta, orti e caramelle che crescono dal terreno. Ci si organizzano feste danzanti e canti lunghissimi. Continuamente, mentre la nave - quel mondo verdissimo - se ne va a spasso per il vuoto, quasi fosse un mare tutto nero, senza dentro niente».


Ancora, il rosso prese in mano un piccolo ombrello da cocktail, tutto rosso, e spiegò che quello era un mondo sempre all'ombra: perché stava sempre sotto un enorme ombrello, più grande di tutti i paesi del mondo. Era un bel mondo perché lì potevi rifugiarti quando il sole picchiava troppo, ma anche quando avevi bisogno di nasconderti: l'ombra ti dava, in qualche modo, la sensazione di protezione che cercavi.


Oppure, ancora, l'altro ragazzino prendeva in mano una ghianda con un buco dentro, e parlava di un mondo dove quasi tutto era dentro un'enorme caverna, con stalagmiti e stalagtiti fosforescenti e coloratissime. Questa caverna era talmente grande da contenere laghi, oceani, e perfino mondi con dentro grandi parchi dove si potevano trovare betulle piangenti abbastanza grandi da celare, sotto i suoi rami, delle sale da ballo, o almeno da pranzo.


La fantasia di questi ragazzi, che si scambiavano i loro mondi, come altri si scambiano le figurine, destò quel pomeriggio l'attenzione di due singolari personaggi.


Uno era un tipo molto alto, con un bel cappello rossiccio che lo faceva sembrare ancora più alto. Aveva degli strani braccialetti fosforescenti ed elettronici sul polso e se ne stava con un album da disegno appeso ad un leggio ed una tavolozza di colori davanti, e un pennello in mano. Era, ovviamente, un pittore, e stava disegnando qualcosa che quei due giovani avevano evocato. Non tanto lontano da lui, seduto sull'altra panchina sotto la grande betulla piangente, c'era un tizio con un bel pizzetto nero e gli occhiali da sole. Leggeva un enorme giornale ingiallito, ma spesso alzava lo sguardo castano verso i ragazzi, o verso l'artista, specie quando sentì quest'ultimo parlare.


Il pittore, infatti, dopo aver sentito il bizzarro gioco dei ragazzi, fece loro i complimenti e gli mostrò quanto aveva disegnato: una versione dei bambini da adulti, molto caratterizzata. Il biondo era dipinto come un esploratore. Lo si capiva dalle mappe che aveva in mano, il cannocchiale al collo, e la bussola nel taschino. Il ragazzino coi capelli rossi era rappresentato - sicuramente - come uno scrittore. Nel disegno aveva degli occhiali con la montatura a tartaruga e le dita sottili su una vecchia macchina da scrivere.


Il pittore, con un gran sorriso, incitava i ragazzi quando li vide curiosi e stupiti dalla sua opera. «Vedete, ragazzi, mi avete dato ispirazione per creare questo disegno. Per ringraziarvi, voglio ricordarvi che, se ci metterete tanto impegno, potrete diventare qualsiasi cosa! Nella vita, non importa cosa vi dicano gli altri, potete realizzare qualsiasi sogno, basta...» stava per andare avanti con ardore, quando il signore, alzando lo sguardo da sopra il giornale ingiallito, lo interruppe. «Non dovrebbe illuderli a quel modo».


«Prego?»


«Questo mondo è difficile e complesso, ed ovviamente la maggior parte della gente finirà a fare lavori umili e che non ha scelto. Solo pochissimi potranno davvero realizzare i propri sogni, e in un certo senso è giusto così: abbiamo bisogno di chi fa il pane, chi sta alla cassa e chi raccoglie pomodori molto di più di chi dipinge o esplora nuovi territori».


Il pittore rimase stupito da tanto cinismo. «Eppure, io credo che non bisogna mai arrendersi. Se si sa quello che si vuole, si può raggiungere, con impegno e dedizione, qualsiasi obiettivo. La vita non è solo quello che ci accade».


«Mi sembra piuttosto crudele come concezione».


«Ma come! Sono io quello che sta alimentando i loro sogni. Sono io quello che crede nella speranza e nell'impegno, lei sta dicendo a questi poveri ragazzi che il mondo è impietoso ed ingiusto».


«Veramente ho solo detto che non mi sembra il caso di alimentare false speranze. Inoltre, non c'è niente di male nello svolgere un lavoro semplice o meccanico... ed... ecco, nel suo discorso io vedo una grande cattiveria: parla di impegno e dedizione, di come bastino questi due elementi ad ottenere qualsiasi cosa. Alla fine il rischio è che chi per sfortuna o caso non riuscisse a realizzare i propri scopi non solo dovrebbe sentirsi frustrato per il mancato successo, ma dovrebbe perfino sentirsi in colpa: perché sarebbe solo di peso da loro, e non dalle circostanze avverse. Non sta facendo davvero un favore a questi due simpatici marmocchi».


Il pittore sembrava scandalizzato. «E quindi non dovrebero neanche tentare? O dovrebbero già credere che sia tutto una questione di fortuna o sfortuna? A volte questa è solo una scusa per non tentare! Se non si crede davvero in se stessi, si dà sempre la colpa a qualcosa di esterno. Si crede che se non si è riusciti in qualcosa è solo perché non si è stati capiti, e le circostanze sono state avverse: si rischia di essere dei falliti credendo di essere dei giganti, ma senza mai provarlo. É questo quello che vorrebbe, per questi due figlioli?»


«Io veramente dicevo solo che dovrebbero abbassare le aspettative: si vive molto meglio, se non ci si aspetta mai granché dalla vita. Si rischia meno di vivere di illusioni o di farsi fregare».


«Credo davvero che questo sia un terribile insegnamento da dare!»


Il signore con il giornale alzò le spalle, poi guardò verso la signora con i grandi occhiali rotondi dietro ai ragazzi, che sembrava aver ascoltato tutto il loro discorso, pur senza dire una parola. Era ovvio che fosse la loro madre. «E lei, signora, che cosa ne pensa?»


La mamma dei bambini - lo era effettivamente - guardò alternativamente i due signori, il pittore e l'uomo con il giornale. Se ne stette in silenzio per un bel po', come pensandoci sopra. Quindi sorrise, di un sorriso largo e aperto, ma strano, ad occhi più larghi degli occhiali grandi. Sorrise senza pensieri, senza futuro e senza passato. Poi, senza dire una parola, cercò qualcosa nella tasca, fino a trovarlo: un vivacissimo naso rosso. Se lo mise sul suo vero naso, coprendolo interamente. Poi, dalla borsa che aveva accanto, tirò fuori una sciarpa lunghissima e colorata, con la quale si avvolse il collo e le spalle e, infine, sempre dalla borsa, tirò fuori una banana. Se la portò all'orecchio e, alzandosi, cominciò a parlare, come fosse al telefono, ma in una lingua incomprensibile: «Aaaaaah, gherisbei, poten-damoi nucaratan, socheleman, dossemas, nipirmas doche!» e continuava, continuava come un fiume in piena, con parole che né il pittore né l'uomo con il giornale potevano afferrare: si limitarono a guardare la scena della signora con il naso rosso e la banana come telefono che se ne andava fuori dalla betulla piangente, mentre i due ragazzini, ridacchiando, la seguivano. Lasciarono i due uomini stralunati e confusi, per una volta senza parole. Tutti e tre teatralmente marciando, non come avanzano i soldati, non come strisciano i paurosi, ma come inciampano i clown.

mercoledì 3 marzo 2021

Basta abituarsi




 Non pensavo di arrivare a scriverti una lettera, ma credo che ormai sia necessario. Non sono del resto un amante della tecnologia e della sua velocità, sebbene di tanto in tanto, come tutti, e come sai, la ritenga utile. Non c'è però paragone con l'utilizzo della carta e dell'inchiostro: il vecchio gesto manuale ha tutto un altro fascino, tutto un altro tempo. Quello che ci passa per la testa si colora delle nostre emozioni, e quelle vibrazioni si trasmettono attraverso l'atto della scrittura manuale. Neanche la dimensione è secondaria: c'è un motivo per cui in un momento la nostra grafia tende ad essere più piccola, ed a volte più grande. C'è più di un motivo per cui la nostra mano diviene più tremula o più salda. Come ci sono delle cause nella fluidità della nostra scrittura, o negli errori che commettiamo. I font e le sottili differenziazioni preimpostate del computer non riescono davvero a riprodurre tutti questi intrecci tra la mente, la mano ed il cuore.

Anche la fatica ed il dolore al polso hanno il loro significato: lo sforzo ci costringe a considerare il sacrificio e l'importanza dei nostri gesti. Un diverso quantitativo di impegno ci costringe a selezionare: decidere quale filtro adoperare per riordinare il caos del mondo. Scegliere cosa fare entrare, decidere cosa far uscire.

La lentezza ci costringe a pensare, e scegliere.

Io scelgo te.

Ci conosciamo da un po', e credo tu abbia ormai capito…

E' tanto difficile ammetterlo, vero?

Mi chiedo quale sia stata la prima volta in cui ci sei davvero arrivato. E' stato quando ci siamo visti al parco? Ricordi quanto abbiamo corso per inseguire quel tuo cane: non pensavi si sarebbe mai più fermato…

Oppure quando, così sorpreso, mi hai incontrato fuori dall'ospedale. Ci sono poche cose che possono allontanare i problemi e riscaldare i cuori come una cioccolata calda quando fuori piove. O come quando la solitudine si spezza improvvisamente, quando il deserto ormai sembrava infinito.

O, ancora, è successo quando abbiamo bevuto quell'orribile liquore all'uovo al rifugio di montagna? Oppure quando eri ancora un ragazzino e ti chiedevi cosa poteva essere reale, e cosa frutto della tua fervida immaginazione?

La verità è che io so perfettamente quando è successo. Quando hai realizzato quello che non vuoi ammettere. Non hai bisogno di dirlo a parole: non hai neppure bisogno di rispondere a questa mia lettera. Rileggila ancora, e quando finisce l'inchiostro, ripetilo solo nella tua mente: è proprio così. È proprio così.


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Me lo ricordo come se fosse oggi. Ero solo un ragazzino e mi ero rotto una gamba per una caduta in moto. La frattura era multipla e dovetti fare un'operazione per rimetterla in sesto. All'ospedale ero in stanza con un signore sulla quarantina che pensavo fosse muto: quando ero entrato dopo l'operazione non mi aveva neppure salutato, ma continuava a star seduto e leggere la Bibbia. Aveva capelli nerissimi ed un pizzetto a punta, molto preciso. Sulla mano sinistra aveva un tatuaggio che emulava un anello completamente nero.

Durante tutto il giorno non disse una sola parola, e pensai che fosse meglio così, almeno potevo riposare e non sbattermi per impegnarmi ad intavolare una discussione di circostanza con un tizio sconosciuto. Tanto più che in ospedale si finisce sempre per parlare delle solite cose: tipo quanto stai male e che medicine prendi, o come ci diavolo sei finito in quel letto.

Di notte però, mi svegliarono i suoi singhiozzi, o quelli che credevo tali. Mi voltai verso il suo letto, e vidi le sue coperte tremare, così come la sua nuca corvina. Dopo un certo imbarazzo, gli chiesi se stava bene, e lui mi disse di no, ma senza specificare. Tornò a dissentire quando gli chiesi se aveva bisogno di un dottore.

Siccome i singhiozzi continuavano, mi tirai su sulla gamba sana, stampelle alla mano, e mi avvicinai al suo letto. Gli chiesi se potevo fare qualcosa: solo allora si girò, e solo allora mi accorsi che non stava piangendo. Non aveva gli occhi rossi né segni in faccia, l'espressione era tranquilla, e sulle labbra aveva la piega sinistra di un sorriso malsano. Ricordo perfettamente cosa mi disse.

«A volte le persone ci lasciano. Decidono di lasciarci e ci lasciano sole, dobbiamo abituarci.»

Lo disse con un'enfasi strana, e qualcosa dentro di me si mosse. Dovetti fare appello a tutte le mie forze per rispondergli: «Non è che lo scelgono. Magari sono costrette, non lo decid...»

«C'è sempre un'altra possibilità, Luca. Anche tuo padre aveva scelta. Solo che ha deciso di occuparsi di altri, invece che di te. Questione di priorità. Questione di scelte.»

Mi irrigidii di colpo: poteva sapere il mio nome perché forse un medico o un'infermiera l'aveva pronunciato, anche se non mi sembrava; ma come sapeva di mio padre?

«Smettila. È il suo lavoro, quello di aiutare le persone»

«Anche tu sei una persona. Eppure... tuo padre se n'è andato scegliendo altre persone, lasciandoti qui, solo.»

«Che cosa stai dicendo?!» urlai. «Ti diverti a prendermi in giro?»

«Sono l'unico che non ti prende in giro, Luca, verifica tu stesso. Tuo padre se n'è andato. Ora hai la tua occasione di diventare più forte, più...»

«Ti ho detto di Smetterla!» intimai. Ma lui rise. Rise così forte che non riuscì a controllarmi: lo presi per il colletto del camice da paziente, rischiando di cadere, scrollandolo con forza. Ma qualcosa nel suo sguardo, o la mia rabbia, mi portarono a lasciarlo.

Aveva smesso di ridere, ma sul suo volto era ancora appeso un sorriso indecifrabile, ma sporco. I suoi occhi nerissimi mi sembravano spilli acuminati, e per qualche secondo fui preso da una sensazione che non avevo il coraggio di confessare. Se l'avessi fatto, mi dicevo, mi sarei perduto. O forse quello strano tipo mi avrebbe ucciso, anche se per ora non mi aveva neanche sfiorato. Non con le mani.

Mi allontanai di un paio di metri saltellando, guardandomi intorno. Confuso.

Di colpo ebbi paura. Cercai il telefono nel cassetto e, riprese le stampelle, uscii dalla stanza. Chiamai mio padre, ma non rispose. Sapevo che stava aiutando a portare i soccorsi in una casa, dopo il terremoto. Non era il suo turno, ma era rimasto, per non perdere tempo prezioso. Non poteva venire alla mia operazione...

L'ansia cominciò a pomparmi nelle vene scivolando, gelida, fin dentro al cuore. Come faceva quel tipo a sapere di mio padre? Perché mi aveva detto quelle cose? E… perché mio padre non era tornato da me, sapeva che mi ero fatto male. Anche io avevo bisogno di lui…

I tentativi di chiamarlo si vanificarono. Senza sapere perché zoppicai fino alla fine del corridoio, dove era ancora accesa la TV. Strano a quell'ora. Stava andando in onda un'edizione speciale del notiziario. C'erano almeno quattro pazienti, un paio di infermieri e un dottore a guardarlo.

Durante la notte era successa una tragedia: il complesso dove lavorava mio padre per soccorrere le vittime del terremoto era crollato, sommergendo l'intera squadra sotto le macerie.

Chiamai mia madre, e quando finalmente mi rispose mi disse che aveva visto ma non sapeva nulla ancora, neanche se lui stesse ancora lavorando, o se fosse ancora vivo: bisognava confidare. Lui aveva tirato fuori da lì molte persone. Ora qualcuno tirerà fuori lui, diceva.

Volevo fidarmi di lei, ma le parole del mio compagno di stanza avevano insinuato il dubbio e lo sconforto nella mia testa.

Tornai quasi di corsa - stampelle permettendo - nella mia stanza, ma era vuota. Anche il suo comodino era vuoto e lindo, ed il letto sembrava fatto: era scappato?

Chiesi all'infermiera cosa fosse successo, e mi rispose che in realtà ero solo da tutto il giorno. Forse gli antidolorifici o l'anestesia mi avevano confuso le idee e lo avevo sognato.

Ma io sapevo di non aver sognato.

I giorni seguenti li passai ancora in ospedale, perché dopo quelle domande il dottore non si fidava a lasciarmi andare, anche se l'operazione alla gamba era andata bene.

Continuavano a dirmi che ero sempre stato da solo in stanza. In un certo senso era la stessa cosa che continuava a dirmi lui.

Il giorno dopo quello strano evento, altri uomini della protezione civile e dei vigili del fuoco cercarono nelle macerie del complesso dove mio padre stava lavorando, e poi per altri due giorni, ma nessuno sopravvisse a quel crollo.

Mio padre era morto, ed io non sapevo se essere più triste per la sua mancanza, o più arrabbiato per la sua scelta: avrebbe potuto essere ancora qui…

Ma ha deciso di andarsene. Ha deciso di non restare e di lasciarmi solo. Tutti lo fanno. Devo solo abituarmi.

Solo abituarmi.


mercoledì 27 gennaio 2021

Intrusi

 



 Lo specchietto frontale riflette una macchia oleosa sulla camicia di Jacopo: la gratta con l'unghia del pollice, senza successo.

Sul sedile di fianco il telefono si illumina; Jacopo lo blocca e lo infila nella tasca dei jeans.

Si pulisce gli occhiali con il fondo della camicia, apre la portiera della vecchia panda e passeggia lungo il vialetto di casa: vicino al vaso della salvia annegato dalle erbacce, qualche foglia si muove di scatto. Ci si avvicina, ma non c'è abbastanza luce e ha già perso la voglia di recuperare il telefono.

Raggiunge l'ingresso, cerca nella giacca le chiavi arruginite e con uno scatto nervoso apre la porta. Abbandona il cappellino e la giacca sul divano e si leva le scarpe antinfortunio con un sospiro.

Le buste, i piatti sporchi e le merendine sono sparse tra il divano e il tavolo della sala. La casa più del solito, è troppo grande e troppo vuota.

Apre la porta del bagno e si ferma davanti al lavabo: allo specchio un uomo dai capelli grigi, le spalle larghe, le occhiaie da stanchezza e la barba sfatta. Storce la bocca in un sorriso finto a sfiorarsi un canino ingiallito e un incisivo rotto. Fortunatamente non gli capita così spesso di mostrarlo.

In cucina, apre la porta del frigo e qualcosa cade a terra e rotola di sotto. O forse no. Nell'incertezza, si apre una lattina di birra. Fuori dalla finestra la pioggia bagna il giardino e la sua erba incolta. Stava già piovendo, prima?

Tra il frigor e il vecchio forno si alza un cattivo odore. Come di muffa, ma non ne è certo. Controlla tutto: forse è il prosciutto. Dovrebbe davvero smettere di aprire le bustine e non finirle. Dovrebbe davvero finire quello che inizia.

Butta via tutto, ma gli sembra che l'odoraccio sia rimasto.

Inspira e si limita a prendere le lasagne congelate, bucarne la superficie di plastica e infilarle nel microonde. Il piatto gira oltre il vetro del forno per qualche minuto: attende che sia pronto e si siede a mangiare e bere un'altra lattina.

La radio, da sopra le mensole dei piatti, parla del meteo e del calo della borsa. Jacopo alza lo sguardo verso la sedia vuota e borbotta tra i denti. «Borsa. Come se esistesse davvero. Esiste il lavoro. Io che sto in ditta e lo spazzino che...» Si ferma. «Ci manca solo che mi metto a parlare da solo.» Prende un altro boccone e un'altra sorsata, e butta il piatto nel lavandino.

«Del resto non mi hai mai ascoltato neanche quando c'eri...» Sembra dirlo all'aria. Si ferma un altro istante e si massaggia il collo: le posate sul lavello, la radio che blatera delle partite, la frutta vicino ai fornelli. Arriccia il naso e la getta nel secchio dell'umido.

Cammina fino alla sala per abbandonarsi sul divano e guardarsi per l'ennesima volta Rambo.

Finito il film, si sposta verso la camera, ma rallenta presso la porta chiusa a chiave. La fissa e sfrega i denti serrando la bocca. Tocca la superficie di legno con il palmo, ma scuote la testa e decide di finire questa giornata, chiudendo la porta della sua camera dietro di sé.


***


Il giorno dopo, Jacopo torna a casa qualche minuto prima del solito. Lo specchio riflette la stessa macchia sulla camicia. Si ripete che non importa e scende dalla panda. La luce esterna lampeggia per qualche istante, poi si spegne completamente: «Che cazzo».

Si aiuta con la torcia del cellulare per arrivare alla porta di ingresso, e trovare le chiavi finite in un buco nella tasca.

Entrato, l'aria si riempie di unana strana puzza: apre la finestra della sala e, dopo aver lanciato sul divano la giacca, controlla la cucina. Annusa due o tre volte la carne e l'insalata, butta via i pomodori. Controlla nel bagno. Per sicurezza pulisce la lettiera del gatto e gli cambia la sabbia. Una gatta completamente nera e con gli occhi bicolori lo guarda diffidente da sopra l'armadio delle scarpe. «Dovrei guardarti male io, che pulisco le tue schifezze. L'hai fatta in giro?».

Torna in cucina e smette di mangiare il suo panino dopo l'ennessima pubblicità in radio: alza il volume e si ferma sotto l'apparecchio: parlano degli accordi che il Regno Unito sta prendendo per uscire dall'Europa. Pare che servirà il passaporto nei prossimi anni per raggiungere il paese. Non ci è mai andato, anche quando non serviva, ma ora sarà più difficile. Tutto... tende a diventare più difficile.

Recupera un'altra birra e si sposta in sala per guardare qualcosa su Netflix: un poliziesco.

La serie non fa neanche in tempo a cominciare, sigla pretenziosa a parte, che Jacopo si irrigidisce: un grosso topo grigio lo guarda dall'ultimo gradino che porta in cantina. Deglutisce, e finge di guardare la prima scena della serie. Due poliziotti stanno interrogando una povera donna con troppa solerzia: sembrano corrotti.


Jacopo muove piano, pianissimo la mano destra. Stringe il primo oggetto disponibile: un impolverato dizionario di Inglese lasciato sul tavolino vicino al divano. Inspira, prende la mira, di colpo si alza e lancia con forza la voluminosa arma. Il topo fugge dalle scale lunghi secondi prima dell'arrivo del testo. «Bastardo».

Jacopo lascia che l'abuso di potere in TV continui e recupera il dizionario. Qualche pagina si è staccata. Lo apre per alcuni istanti, le dita tolgono uno strato di polvere scoprendo fitte note dalla grafia femminile. Strizza gli occhi e lo lancia sul tavolo, ma controlla che atterri dove deve.

Dalla TV arrivano rumori di inseguimento, prende la scopa e toglie il manico dalla spazzola. Fa girare il legno tra le dita e lo stringe al centro. «Ti conviene andartene e lasciarmi in pace, o scateno una guerra che nemmeno ti immagini.» Mormora piano, cadenzando ogni sillaba.

In cantina, si aiuta con il telefono per farsi luce: le lampadine sono quasi tutte rotte. Apre vari cassetti: piatti ormai antichi, libri di scuola ingialliti e qualche fumetto, ma nessuna traccia del topo. Solo quando si ferma un attimo a controllare il telefono, sente ancora quel rumore. Non è proprio un fruscio, è più forte. Come se mille zampette corressero sopra qualcosa di delicato. Un tonfo, qualcosa che cade. «Dove sei...» Jacopo lamenta, e riprende la ricerca. Ma niente.

Sorride e corre le scale a due due. Entra nella stranza e ignora i miagolii lamentosi di Sabba, la alza dal letto e la prende in braccio. «Non dovresti acchiapparli tu quei cosi?».

Chiude la porta per evitare che il bastardo possa accedervi e scende le scale. La gatta miagola di nuovo e muove le zampe per liberarsi. «Ora ti lascio... fai il tuo dovere.» Sussurra e allarga un sorriso sbilenco. «Trovalo, o io troverò te!» Libera la micia presso lo scaffale dove ha sentito l'ultimo rumore.

Non è un'impresa facile: la cantina è diventata, con il tempo, una sorta di deposito. Vecchi elettrodomestici, televisori e libri sparsi qua e là. Il divano è pieno di coperte, panni, qualche giocattolo e vestiti vecchi. La gatta si guarda intorno perplessa, si volta di scatto e scappa di sopra, più veloce del padrone che le urla dietro. «Dove vai Sabba! La fuga non esiste!». Scuote la testa e si rimette a cercare, ma dopo qualche ora rinuncia: meglio dormire. Domani il lavoro non sarà più leggero di oggi.


***


Il mattino dopo si sveglia mezz'ora prima, e dopo un infruttuoso giro di controllo in cantina cerca su Amazon.

Le trappole per topi sono tremendamente più numerose di quel che sospettava. Sembra che debba capire con chi abbia a che fare per eliminare il problema. Del resto, i film e i libri di guerra lo ripetono: «L'elemento chiave della guerra è conoscere il tuo nemico». Da un articolo promozionale scopre che ci sono trappole letali e non letali, e le dimensioni dipendono dal tipo di animale. «Devo anche chiedergli come si chiama?»

L'articolo spiega che il topo è genericamente più piccolo, ma si distingue in campagnolo, selvatico e... «Sì sì va bene, come cazzo lo prendo.»

I ratti (rattus rattus) «Come se chiamarmi Jacupus Jacupus servisse a qualcosa... Vogliono anche darsi un tono, questi topi.» Hanno il muso più arrotondato, sono di colore più scuro, sebbene l'elemento cromatico non sia fondamentale per la distinz... «Ma cos'è, un trattato di Statistica?»

Più avanti scopre che c'è almeno un terzo tipo di topo, quello di fogna (Rattus Norvegicus) «Ma non poteva starsene tra i vichinghi?» Scuote la testa, scrolla oltre e alla fine decide. Sicuro non era così grosso, gli sembrava scuro e... «Bah, era un ratto, dai.»

Scorrendo un altro articolo scopre che gli escrementi di topo sono più appuntiti, e quelli di ratto più a banana. «Ci manca solo un'esame prostatico...»

Inoltre, i topi sembrano preferire i cereali e i ratti la frutta. I primi sono più abitudinari e cercano il cibo negli stessi posti, gli altri sono più esploratori, e cambiando luogo sono più difficili da prendersi. «Figurarsi». Jacopo torna su Amazon, e medita parecchio in bilico tra una trappola letale a morso ed una "gentile" che si limita a catturare il topo, o il ratto, attirandolo in una gabbietta. Alla fine decide per quest'ultima, ne prende due e belle grandi «Mi interessa vincere, non uccidere.» Concluso l'ordine, si infila la giacca e corre al lavoro.


***


La sera seguente, la caccia al "bastardo" è limitata: controlla la cucina e scopre, con stupore e ribrezzo, da dove arrivava la puzza. Sotto al lavandino, dove tiene i prodotti per la pulizia, ma anche le patate, le cipolle e i croccantini del gatto, scopre che alcuni tuberi sembrano come tagliati da piccolissimi coltelli in svariati punti ed è pieno di piccoli escrementi. Ma davvero non saprebbe dire se siano a punta o a banana. Trattiene un conato di vomito e chiude lo sportello. «Ma da quanto cazzo è qui dentro? Prima lo prendo, poi pulisco.»

Con un'altra lattina si mette di nuovo al computer. Sabba miagola, e questa volta è lui a guardare male il felino: il volto gli si sporca di delusione.

«Possibile che debba fare tutto io in questa vita? Mi lasciate sempre...» Si passa una mano sul volto e impreca. Cerca ancora qualcosa in rete, e scopre che a seconda della specie quei bastardi fanno dai 5 ai 15 cuccioli a parto, e partoriscono dalle 3 alle 8 volte all'anno.

«Spero che lo stronzo non abbia compagnia.» Non bastasse, le creaturine cagano dalle 40 alle 80 volte al giorno e possono trasferire malattie in gran numero: dalla Leptospirosi alla Peste passando dalla Salmonellosi.

«Cioè questo non solo mi invade casa e ruba il cibo, ma caga su qualsiasi cosa trovi e cerca di avvelenarmi!» Torna su Amazon e ordina anche un paio di trappole mortali. Quelli con la colla topicida. In sostanza si piazza un'esca al centro di una tavoletta ricoperta di colla molto potente: il "povero" topo dovrebbe andarci in mezzo, e rimanere incastrato. Tra i commenti del prodotto legge che funziona, ma d'altra parte è una cosa crudele. C'è perfino il link a un breve video dove un ragazzo dapprima cattura un topino a quel modo, poi, vedendolo soffrire su quell'affare, lo libera con acqua e sapone.

«Ma vaffanculo, questo vuole trasmettermi malattie cagando in casa mia, è una dichiarazione di guerra: o io, o lui». Chiude il computer, e proprio in quel momento un veloce fruscio, che ora chiama "zampettio" sembra provenire da dentro la parete alla sua sinistra.

«Non dirmi che...» Si avvicina e posa l'orecchio al muro, ma non sente più niente. Forse se l'è immaginato.

Decide di farsi una doccia, ma prima controlla ogni angolo del bagno e della camera, e chiude per bene tutte le porte. Infine, pur sapendo che non servirà, chiude Sabba in cucina, con la vaga speranza che possa catturare il maledetto scroccone.

Entra nel bagno, si toglie i vestiti e, proprio quando i boxer finiscono a terra, scorge un veloce movimento presso il bidet. Gli scappa un grido poco virile e inciampa sulle proprie mutande.

Recupera la scopa lasciata vicino all'entrata, e si avvicina con estrema lentezza. Un passo di troppo, e il ratto (o forse è un topo?) scappa come una velocissima scia nera, ma trova la porta chiusa. «Fottuto...» Jacopo si gira e molla una randellata verso la porta, ma manca il bersaglio. «Colpisci per primo, nessuna pietà!»

Il ratto prova a rifugiarsi sotto al lavandino ma un altro colpo lo stordisce. L'uomo viene preso da una furia topicida e molla non uno, non due, non tre, ma forse cinque colpi alla creatura, uccidendola.

Prende fiato e si sciacqua il volto. Con un pezzo di carta igieniica alza la creatura dalla coda, a studiarla meglio: proprio una schifosa bestiaccia. Solo ora nota anche i vari escrementi dietro al bidet. Meno che in cucina, comunque.

«Come cavolo ci sei arrivato qui?»

Jacopo indossa l'accappatoio e butta via il cadavere. Torna nella vasca da bagno, ristorato dall'acqua calda e da una piacevole sensazione di vittoria che gli rilassa i muscoli.


***


Accende la torcia del telefono e sale i gradini del guardino. Impreca contro il lampione e trova presso la porta di ingresso vari scatoloni. Li apre e, senza gran sorpresa, trova una gran quantità di trappole per topi. «Diamine, potevo aspettare un po', mi sono sottovalutato.» Porta comunque tutto dentro e si prepara la cena ascoltando un vecchio Jazz alla radio.

Si versa un goccio di whiskey e pulisce gli occhiali con movimenti circolari: gli sembra già da qualche mese di vedere meno bene, ma ha rimandato la visita dell'oculista. C'è sempre così tanto da fare e così poco tempo per farlo. E ora ha solo bisogno di riposare.

Prende una lattina di birra e in ciabatte si sposta sul divano. Un forte fruscio da sotto il lavandino lo fa sobbalzare. Apre l'armadietto di scatto e un grosso esemplare di topo scuro gli passa da sotto le gambe: Jacopo grida e inciampa per terra, il bastardo corre come un treno e si infila in un armadietto della sala.

Lo insegue e chiude la porticina del mobile con una spinta, salvo accorgersi che è traballante. «Col cazzo che scappi!» Si allunga per prendere una sedia per bloccargli l'uscita, tenendo una mano sull'accesso. Non contento, sposta di peso la poltrona per chiudere ogni via di fuga: «Preso!»

Il pensiero che non possa tenerlo chiuso lì in eterno gli passa dalla testa ma, del resto, se aprisse, veloce com'è il bastardo, rischierebbe di perderselo per strada.

Come è solito fare quando è in difficoltà, cerca informazioni online dal telefono, e tra Wikipedia, un sito sulla disinfestazione, e la pagina "Attenti ai ratti!" scopre che i topi hanno una resistenza terrificante: possono stare senza cibo per settimane e trattengono l'acqua (che recuperano perfino da un frutto fresco) peggio di un cammello. Anche se forse non gli serve saperlo, Jacopo legge anche che possono nuotare per parecchie decine di metri e i loro denti possono rosicchiare il legno e forse perfino il ferro, secondo alcuni.

«Cosa cazzo sono, dei terminator? Dei Bear Grylls incrociati con predator? E quanti cazzo sono, allora?»

Non fa in tempo a domandarselo una seconda volta, che i fruscii che ora sente sono almeno due: uno proviene sicuramente da quell'armadietto, l'altro gli sembra provenga dalla cantina. «Merda, ma io che ho fatto di male?»

Non si perde d'animo però, tutto sommato ormai è più che provvisto di armi: apre con furia gli scatoloni e si organizza. Con attenzione sistema dapprima le trappole collose. Non avendo ancora capito se siano topi o ratti, decide di abbondare: al centro della tavoletta deposita un pezzo di mela e, sopra quella, un pezzo di cioccolato; quasi fosse una tartina.

Nell'altra, lascia cadere un paio di cucchiaini di burro di noccioline. Ha letto che ne sono ghiotti, quei fetenti. In compenso, a dispetto di Tom e Jerry e compagnia, ha scoperto che quei roditori di merda non mangiano il formaggio, ma vanno pazzi per il cioccolato, infatti torna a usarlo come esche per le due trappole più "gentili".

In quelle il topo dovrebbe semplicemente rimanere chiuso dentro la scatola: un pezzo di dolce a volte può costare caro. Erano le trappole consigliate da chi sostiene che in fondo anche i topi hanno il diritto di vivere.

Ma ormai per Jacopo è guerra aperta. L'odio è montato come erutta un vulcano, in questi giorni. «Che poi, anche entrasse nella gabbia, che dovrei fare, portarmelo a spasso per chissà dove e lasciarlo nel bosco? E se oltre a essere dei cammelli hanno anche un senso dell'orientamento alla torna a casa Lassie?»

Cerca il muso scuro di Sabba, ma quella lo guarda e tace, non regalandogli neppure un miagolio. «Bah, se li prendo li affogo o li brucio o te li do per cena, ma cominciamo a prenderli».

Lascia quindi una trappola in cucina, un paio in cantina e una appena fuori dalla porticina dell'armadio della sala, lasciata appena aperta per farlo uscire con qualche difficoltà.

Ormai sta diventando un esperto di topi, e sa quanto è essenziale sfruttare l'ambiente per vincere una guerra: sa che sono animali notturni e sono furbi. Finché sta a guardare quello non esce dalla sua tana. Del resto, deve essere lo stesso meccanismo dell'acqua che non bolle mai se resti a osservare.

Con qualche difficoltà si mette a dormire, anche se durante la notte gli arrivano squittii e qualche inquietante fruscio fra le pareti. Quando riesce a prender sonno, purtroppo i sogni non lasciano scampo: forse stimolato da una risposta ironica di qualche forum, sogna di un topo che si intrufola nel suo letto, per divorargli gli occhi mentre dorme.

Si sveglia di colpo, con ancora entrambi i bulbi oculari a posto. Si toglie il sudore dalla fronte e si ferma per una decina di minuti in bagno. Corre a controllare le trappole: niente. Tutte vuote. Un'occhiata veloce all'armadietto, forse dovrebbe ricorrere alla fedele scopa, ma per ora lascia perdere. Prova a dormire almeno un paio d'ore, prima di andare al lavoro.


***


Gli ultimi minuti in cui monta le rocche di tessuto da infilare nell'autoclave sono i più lunghi. Da una parte la monotonia e la stanchezza dal poco riposo, dall'altra, l'ansia di sistemare quella sporca questione.


Appena apre la porta di ingresso non sa bene se gridare di schifo o di esultazione: un grosso sorcio è rimasto incollato alla tavoletta. Ancora si muove e si contorce, squittisce sofferente. Per un attimo gli viene in mente quel video del ragazzo animalista. Ma presto fa sparire quella pietà dalla testa, e ritorna alla sua guerra. Recupera la sua fedele scopa e la alza sopra la testa.

«Ricorda che l'hai voluto tu!» E giù botte. Due a due finché, quasi, non diventano dispari, e quella creaturina smette di sussultare. Jacopo recupera fiato e forze, butta via la seconda vittima. La soddisfazione è grande, ma la consolazione minore: sa che la battaglia è vinta, ma la guerra è ancora aperta.

Controlla le altre trappole, ma per ora niente. Sabba invece dorme tranquilla sulla poltrona: un alleato decisamente inutile. Peggio della Svizzera.

Entra in cucina per prepararsi la cena ma deve portarsi una mano al naso: l'odore è insopportabile. «Ma che...» Gli basta una rapida panoramica, per accorgersi che, oltre agli escrementi sotto al lavandino, sembrano esserci delle tracce anche sui fornelletti delle cucine e persino sul tavolo. «Deve esserci un bastardo che quando lavoro se ne esce tranquillo a cercare cibo.» E le trappole le ha bellamente ignorate.

Ma non può essere solo quello... e infatti, quando apre il cassetto delle posate, trova un topolino già morto, con la pancia tagliata. Chissà se Sabba l'ha ferito o è stato così idiota da uccidersi da solo, fatto sta che chissà come è entrato lì e ci è morto.

Non è ancora del tutto decomposto, ma per fare schifo fa schifo eccome. Jacopo trattiene il vomito «Ma come cazzo sei...» Passa a buttare tutte le posate nel lavandino, dopo essersi sbarazzato del cadavere con guanti e fazzoletti. «Ci mancavano i topi kamikaze».

Passa la sera a disinfettare le posate e il cassetto, e quasi si dimentica di cenare.

Va a dormire, ma prima decide di farsi un goccetto. Apre il cassetto degli alcolici e salta indietro: un fruscio rapido e sinistro da sotto il lavandino. Un grosso topo grigio si arrampica sulle tubature e si nasconde in qualche interstizio.

«Non è possibile!» Si passa la mano sul volto, esce sul portico esterno, e qualcosa si muove tra i cespugli. Non è sicuro, ma l'istinto ha la meglio sul calcolo: afferra una bottiglia vuota da fuori e la scaraventa con tutta la forza verso le piante. «Bastardi, ma che cazzo volete, che cazzo!» per qualche attimo si si lascia cadere in ginocchio.

Tutti i problemi ignorati si stanno accumulando per fargli visita. Quei topi sono i suoi demoni? È per quello che ha fatto? È per quello che non ha fatto?

Si tira una sberla e rientra in cucina. Piazza un'altra trappola sotto il lavandino, ma ci ripensa. La sposta e decide che deve togliere altre occasioni di nutrirsi a quei maledetti. «Devo impedirgli di fare rifornimento sul mio terreno difensivo». Oltre quello, è arrivato il momento di pulire tutto, anche se non li ha presi tutti. Fa troppo schifo, troppo.

Passa praticamente tutta la notte, guanti di plastica sulle mani e bandana in testa, musica metal nelle orecchie, a pulire e disinfettare a fondo sotto al lavandino, i fornelletti, dietro al frigo e sotto i mobili. Fa lo stesso per il bagno, la sala, e la camera. Non soddisfatto, sparge in tutte le stanze un repellente per topi alla menta. Non ha questo gran profumo, ma ha letto da qualche parte che i sorci lo odiano. Rimane chiusa e non controllata solo una stanza, ma sa che quella è rimasta sempre sigillata. Per qualche minuto ci si ferma davanti, indeciso, ma poi desiste.

Esausto, si fa una doccia veloce e, finalmente, si butta nel letto a dormire.


Sogna di essere disteso sulla spiaggia, in costume, più magro di quanto attualmente non sia. Forse ai tempi aveva ancora i capelli castani e i denti a posto. I piedi vengono bagnati dalle onde del mare. Sua figlia più grande ha circa nove anni, si diverte ancora a giocare con lui, che la prende in braccio per strofinarle i capelli e farle il solletico; la lascia scappare via ridendo, e con lo sguardo cerca il fratellino sulla spiaggia.

Si alza, e grida a Sofia di curare il bambino. Starci attenta.

I tempi si mescolano, e si ritrova a piangere. Li chiama a sé, ma quando le lacrime gli impediscono di vedere si ritrova nel suo letto.

Si morde il labbro e cerca di trovare un po' di respiro dal dolore al petto ma, con orrore, sposta i piedi di scatto quando sente qualcosa sfregare sulla sua pelle. Lancia via le coperte e vede una dozzina di topi enormi e neri accumulati sotto le coperte: parte dei piedi sono stati divorati da quegli esseri immondi. Ossa e tessuti nervosi sono scoperti. Gli lancia contro il cuscino e questi gli si scagliano contro: ha la sensazione di essere coperto da quelle creature. Sente la pelle strapparsi e venir tagliata da quei dentini schifosi e infetti, e urla, urla talmente forte che si sveglia, sudato e spaventato.


Si alza sul letto e respira piano, cercando di controllarsi. Segue un quadrato mentale: inspira. Trattieni. Espira. Inspira. Lo fa per una decina di volte, come gli hanno pazientemente insegnato negli ultimi anni, si sdraia a fissare il soffitto, ma di dormire non ne ha proprio idea. Si limita a stare immobile. Come lo è stato per tutta la vita, gli verrebbe da dire.

«Ah, fanculo.» Si alza per andare a pisciare e farsi un caffè, accende la TV.. Per fortuna oggi non è di turno in ditta, ma i pensieri continuano a tornare a quei maledetti. Controlla le trappole in cucina e in bagno: niente. Sono furbi, quegli stronzi.

Scende a controllare di sotto, e trova una gabbietta occupata. Jacopo fa per sorridere, ma la soddisfazione dura poco: quando si avvicina per controllare, altri rumori lo accerchiano. Alcuni provengono dai mobiletti sulla sinistra, alcuni da un armadio sulla destra.

Controlla ovunque, scopa e repellente in mano, ma senza successo. «Basta, cazzo, non ce la faccio più!» Si mette a sedere vicino a un sacco riempito di cose da buttare, ma ancora lì da chissà quanto, e proprio davanti alla gabbietta del topo, che graffia inutilmente per cercare di uscire.

Jacopo allunga un dito a sfiorare le sbarre, e si ritrova con gli occhi umidi a fissarlo. «Che cosa volete da me, mh? Perché non ve ne andate? Non avete un po' di pietà, almeno voi?».

Il topo sembra tranquillizzarsi a quella voce triste. Si avvicina alle sbarre e annusa. Quasi come un criceto domestico. Jacopo si alza, e prende la gabbietta dal gancio superiore. La solleva e sale le scale. Esce in giardino e si guarda attorno; posa la gabbietta per terra. Prende un secchio da lavoro dal disordine sulla sinistra, e lo riempie d'acqua. Si sposta a recuperare la trappola con dentro il topo, e la butta dentro per intero. Si ferma a sentire gli squittii e i movimenti nervosi del topo che si contorce, fino a che tutto si placa. «Voi non avete pietà, non posso averne io.»

Libera il cadavere gettandolo con gli altri, pulisce la gabbietta e la prepara.

Ma ormai le sue armi non bastano. «Quando le forze sono troppo numerose, devi avere il coraggio di arrenderti.»

Si rassegna e chiama l'impresa di disinfestazione "Stricto gladio". Anche a loro deve piacere Rambo.

Fortunatamente quella si libera nel pomeriggio. Jacopo guarda il tutto da lontano, seguendo gli esperti: l'utilizzo del veleno, l'installazione di altre trappole, lo spray velenoso per gli angoli del caso e la pulizia completa. Tranne che per quella stanza.

Due giorni dopo, gli uomini vengono per un controllo e un richiamo del repellente. In totale trovano altri sette intrusi: quattro ratti e tre topi domestici. I disinfestatori consigliano a Jacopo di far sparire cibo e spazzatura da fuori casa, e tenere il cibo in cucina dentro cassetti di plastica, prima di ricevere il pagamento.

Jacopo controlla tutta la casa da solo, sia tra i cassetti della cucina sia tra i mobili vecchi in cantina. Si assicura di pulire e sistemare anche la camera e il bagno. Anche quando prepara la cena sta con le orecchie pronte, come in attesa. Ma, fortunatamente, non sente più nulla.

Però, un cattivo odorecontinua a infastidirlo: forse è quel repellente. Decide di ripulire la cucina e spargere per tutta la casa un deodorante migliore, casalingo, che dovrebbe sapere di mare, qualunque cosa voglia dire. Ma è come se quell'odore continuasse ad aleggiare per la casa. Allora si butta nella doccia e lava con estrema accuratezza ogni parte del suo corpo, colto dal sinistro pensiero che quella puzza l'abbia indosso lui. Che sia sua la colpa.

Alla fine si mette a dormire, stanco dalla testa al cuore.



Passa la giornata di lavoro quasi come un sonnambulo: sono ore che scivolano via senza rimedio e senza vera attenzione.

Cerca riposo in una birra veloce al bar. Torna a casa per farsi una pizza surgelata, e un'altra birra mentre ascolta i notiziari alla radio.

Si siede sul divano, studia le macchie sulla parete davanti a sé per lunghissimi minuti.

Inspira pesantemente, si alza e arriva all'unica stanza che non ha mai controllato, e nella quale non ha fatto entrare neppure i disinfestatori. Nella mano sinistra ha il suo fedele manico di scopa. Apre piano la porta, accende la luce e ci scivola dentro.

La cameretta è impolverata, ma pulita. Ci sono due letti l'uno accanto all'altro, qualche poster di film e di cantanti alle pareti. Su una scrivania un paio di quaderni e un vecchio computer; sul letto più piccolo un paio di macchinine. In fondo, una libreria, tutto come sempre: si avvicina e la guarda per bene.

Assottiglia gli occhi: tra le coste dei volumi colorati, scorge qualcosa di scuro. Trattiene il respiro e fa un altro passo, e la sente: una specie di musica fatta solo di fruscii sinistri e rumori inquietanti, come se milioni di zampette veloci si muovessero ovunque, senza tregua. Dalla libreria alla porta dietro di lui. Da dentro alle pareti a sotto il pavimento. Dal sottotetto all'interno dello schermo del PC.

Si lascia cadere a terra, ginocchia sul tappeto, bastone per terra, mentre intere orde di topi escono da ogni angolo: in breve, corrono e coprono ogni metro della cameretta, circondandolo. Jacopo prende il telefono e manda un messaggio vocale. Per quello non ci vuole il passaporto. «Non è colpa tua, piccola. Dovevo guardarlo io. Dovevo dirtelo. Dovevo...» Lascia cadere lo smartphone. Si limita ad allargare le braccia, e chiude gli occhi.

«Facciamola finita.» E quei maledetti topi sembrano ascoltare e capire: si fiondano su di lui in mucchio, buttandolo a terra e ricoprendolo, riunendosi così vicini da far sparire ogni cosa. Così pressati da non lasciare spazio alla luce.

Così che tutto sia buio.



domenica 17 gennaio 2021

Visita alla casa abbandonata

 



Rumori di vetri rotti, uno spiffero freddo che passa veloce da una finestra spaccata e coperta d'una velina di polvere vecchia, un ragno morto appeso ad una densa ragnatela che gli ha fatto da casa e da tomba. Qualche vecchio giornale ingiallito per terra e, più in là, in un angolo dove la parete è decisamente scrostata, fumetti e settimane enigmistiche mai risolte del tutto, abbandonate al tempo ed all'incuria. Pavimenti scricchiolanti ed insicuri, un'edera che ha superato la soglia esterna, in qualche punto, per intrufolarsi in un enorme camino in pietra, come a ribadire la propria vitalità su quel nido di fuoco, ed ormai di cenere: nel suo coprire di verde le crepe di quella pietra cava, esulta in una continua eco la propria vittoria.

Fuori solo rampicanti, cespugli di rovi e saliscendi di ortiche. Dentro, qualche vecchio cimelio, rifiuti veri e finti, come un piccolo accendigas che è solo un “trattieni-accendino”: si tira una leva semplicemente meccanica, e un dente smuove la rotella e pigia il tasto, per generare la fiammella. Come a sostituire lo sforzo di un pollice.

Stranamente, quella c'è ancora, come se il tempo avesse intaccato tutto: le pareti, i pavimenti, la vita, ma non quell'unico accendino. Non quella fiammella che, giusto ora, una ragazzina dai lunghissimi capelli rossi, vestita di un'ampia maglia azzurra, sta tenendo accesa. Tiene nella mano il piccolo ritrovato ingegneristico come fosse qualcosa di particolare, con la curiosità che hanno solo i bambini. Forse non è anagraficamente collocabile in quella fascia d'età. Tredici, quattordici anni. Ma in quel momento potrebbe averne anche venti, o cinquanta: sarebbe comunque una bambina. Ha esattamente quello sguardo lì.

L'ha, quella luce bambina negli occhi verdi, ora che gioca con quel piccolo, semplice strumento; l'aveva prima, quando si è intrufolata sotto una sbarra di ferro con il cartello “Pericolante, non entrare”, e si è infilata tra i rovi ed ha scavalcato la finestra, facendo attenzione ai vetri. Quindi ha passato praticamente ore a cercare intorno. A perlustrare tra la polvere, con l'emozione e la sensazione dentro di sé che cavalcava una leggera paura, un'ansia non ben definita. O forse è solo quel particolare, intrigante disagio che ti assale e ti accoglie quando stai facendo qualcosa che “non va fatto”: non si dovrebbe proprio, ma lo fai lo stesso.

Eppure la paura non l'ha bloccata, no. Le ha solo regalato quel brivido, e l'emozione di sbirciare con occhi meravigliati quella che, in altri contesti, sarebbe solamente una serie di ampi ed alti locali abbandonati e ripieni di polvere e cianfrusaglie.

Come quella che ha trovato ora, in una stanza che forse un tempo era adibita a ripostiglio, o chissà, a pensatoio. Una volta si faceva. Doveva o poteva essere qualcosa del genere, perché molto piccola, alta, senza dentro nessun mobile, se non una poltrona sgualcita e rovinata e un tappeto. Ma quest'ultimo non stava per terra, ma era appeso alla parete, come se fosse un quadro, o una lingua di peli rossi che scendeva dal soffitto lambiccando lungo la parete.

La ragazzina si era perfino seduta, con quel cimelio ritrovato in mano: un album da disegno, di quelli molto vecchi, una via di mezzo tra un diario a copertina rigida per gli schizzi, ed un album A4, per le dimensioni, ovviamente parecchio vecchio. Dentro, però, una strana forma di meraviglia: disegni a carboncino, quasi sempre senza nessun colore aggiunto. C'era il retro dell'enorme casa (forse una villa padronale di quella sorta di villaggio fantasma in cui si era andata a cacciare scappando di casa), quando ancora era intatta, con il prato ben tagliato, nessuna ortica, i vetri a posto. Le pareti senza edera, e le tapparelle ancora pulite. Qualche albero da frutto nel giardino, e delle nuvole grigie in cielo. In quel momento si chiese se fossero grigie per il mal tempo di quel giorno in cui il disegno era stato fatto, o semplicemente per la natura del carboncino. Era un disegno ben fatto, e chissà quanto tempo doveva avere. Però era strano: raccoglieva in sé una certa malinconia nei tratti grigi o neri. Disegnava come di una notte che sperava di essere nata giorno. La bambina sospirò per un attimo, poi voltò pagina.

In un secondo disegno, si rappresentava l'interno della casa: i giornali erano raccolti in un portariviste, i libri erano dentro una bella libreria, il pavimento era pulito e senza ragnatele, il camino era senza crepe, e con il fuoco acceso, l'edera non stava ancora banchettando contro le sue pareti salde. Però, anche qui, c'era un certo languore indefinito. Le ombre troppo lunghe, e forse – a seguire teorie della luce di cui la bambina era giustamente ignorante – non dovevano neppure esserci. Il fuoco era grigio, perché disegnato sempre con il carboncino, seppure con molteplici sfumature accurate e curate. Era però come un fuoco sì ben attivo e danzante, ma tetro.

La ragazza girò un'altra pagina, e questa volta singhiozzò di colpo. Non era più disegnata la casa come era un tempo, ma come era ora. Vetri rotti, riviste per terra, ragni impiccati alle loro stesse dense ragnatele, stralci di edera che si facevano, affamati, strada dentro le pareti interne. Esattamente come lei l'aveva vista pochi attimi prima. C'era perfino, vicino ai fornelli usurati e vecchio stile della cucina, un gingillo ingegneristico bello ma particolare: rosso, serviva per trattenere un accendino nero dentro una morsa, bastava pigiare una leva per far muovere la rotellina del gas, ad occhio. Poteva quasi immaginarsi la fiammella che si accendeva: l'aveva usato lei fino a poco fa, e l'aveva preso esattamente da quel tavolo.

Ma fu la pagina dopo a farle sgranare gli occhi e saltare in piedi di colpo, facendo danzare la polvere dentro quello stanzino. Dovette correre fuori dalla stanza lasciando cadere a terra l'album da disegno. Si guardò intorno spaventata, una mano sul cuore e la schiena appiattita contro la parete. Il respiro le si fece veloce veloce, e chiuse gli occhi per qualche secondo. Sperava che, quando li avesse riaperti, si ritrovasse a casa, sul letto, o magari vicino alla gonna di mamma. Ora l'essere scappata di casa, nella sua testa, stava diventando una terribile idea. Un rimorso ansioso. Ora, l'essere qui, il fascino che aveva creato, stava diventando solo un dolore al petto, un raschiare nella gola ed uno stringersi di pareti invisibili intorno a lei ed un tirare forte di un cappio intorno al proprio fiato: paura. Riaprì gli occhi, ma non c'era la gonna di mamma, non c'era il miagolare confortevole del suo gatto, non c'era la sicurezza del proprio letto. Si trovava ancora lì: in un corridoio sporco e polveroso, pieno di vetri rotti, con poca luce, ed una porta aperta su una stanza piena di nulla. C'era ancora quella lingua di pelo appesa sulla parete, e per un attimo le venne in mente che, forse, stava dentro la bocca di uno stranissimo mostro. Quel che però le fece più paura, era che l'album era ancora lì, per terra. Aperto sull'ultima immagine che aveva visto. Deglutì con forza, e gli diede un'occhiata veloce, come schiava di quella particolarissima e doppia sensazione per cui tentiamo di sfuggire a quello che ci spaventa, sì, ma, d'altra parte, ne siamo sinistramente ed oscuramente attratti. Come falene dalla luce calda di una candela accesa. Quel che l'aveva terrorizzata era ancora lì, impresso su carta giallognola nei tratti sicuri di un carboncino scuro: c'era lei. Una ragazzina sui tredici, quattordici anni, dagli occhi verdi, con sguardo aperto da bimba, vestita di un'ampia maglia azzurra, e con lunghissimi capelli rossi. Stava seduta su una poltrona consunta e polverosa, a guardare un album rigido, una via di mezzo tra un diario ed un A4, dentro una stanzina piccola e alta, contenente solo quella poltrona, un tappetto rosso come una lingua arrampicata sulla parete, ed una bambina, lei, seduta sulla sedia.


Deglutì con forza, cercò di guardare altrove, ma senza davvero riuscirci. Si chiese, invece, cosa sarebbe potuto esserci dopo, perché quell'album non era affatto finito lì. Le avrebbe indicato il proprio futuro? Avrebbe visto qualche altra scena del passato di quella casa? Poi cambiò genere di domande: come era possibile? Qualcuno la stava spiando? Chi era l'autore di quello stranissimo album? Non riusciva più neppure a seguire il filo dei propri pensieri, interrogativi, emozioni. Era un groviglio unico di dubbi e fantasie. La duplice sensazione perdurava: coraggio e curiosità. Paura e ansia. Alla fine decise di avvicinarsi lentamente e silenziosamente all'album come se fosse una bestiolina munita di zanne aguzze. Qualcosa che pareva tranquillo ma poteva anche farti davvero male. Ginocchia un poco piegate, schiena inarcata verso il basso, occhi ben aperti sulla bestia di carta ed entrambe le braccia tese, con la muscolatura rigida come pronta, in caso, a scappare. Trattenne perfino il respiro, mentre si avvicinava, ed ogni piccolo passetto, no, ogni centimetro superato sembrava un chilometro. Il tempo si stava enormemente dilatando. Però, alla fine raggiunse l'album: allungò il braccio e lo aprì di scatto, sfogliandolo verso la pagina successiva. Fece uno scatto indietro per istinto, ma poi sospirò. Il disegno ora visibile era misterioso ma diverso da tutti gli altri, e meno inquietante del precedente. Riprese a respirare e lo guardò meglio, senza prenderlo, ma sbirciando dall'alto: c'era un'altra stanza, più ampia, quadrata. Parecchio usurata, ed abbandonata anche in questo caso. Mobili rotti, sporchi e consunti, ma tutti spostati agli angoli. In mezzo, sul pavimento, non c'era nessuna piastrella, nessuna moquette o parquet: ma solo fiori. Ed era questa la cosa diversa da tutti gli altri disegni a carboncino: i fiori erano colorati. Erano d'un giallo intenso, che sembrava dar luce anche al grigio carboncino con cui era disegnato tutto il resto. Tutto il contorno. Guardò meglio, la ragazza, e vide che sullo sfondo, in un angolo, c'era una porta aperta, nel disegno. Capì che era la porta per lo stanzino con la poltrona ed il tappeto sulla parete. Inspirò, e prese un'altra abbondante dose di coraggio. Prese l'album da terra, lo mise sotto il braccio, e si incamminò cautamente, lentamente, verso la direzione opposta: seguì il corridoio, e, nonostante ciò che aveva visto, sgranò gli occhi e sospirò una calda meraviglia dal petto quanto vide quanto l'aspettava: una stanza quadrata, con vecchi mobili spinti contro gli angoli e le pareti e, in mezzo, su tutto il pavimento, quella coltura di fiori gialli, belli vivi. Sembrava che qualcuno avesse coltivato il pavimento. Era bellissimo.


Si ritrovò a poggiare la spalla allo stipite della porta, a guardare quei tantissimi fiori in mezzo alla stanza. Erano vita che spezzava con forza tutto quel grigiore. Sorrise tra sé e sé quando sentì un rumore dietro di sé. Si girò di scatto, ma non vide nulla. Ebbe solo una vaghissima impressione di vedere un'ombra entrare in una stanza, con movimenti furtivi e delicati. Ma, assurdamente, non ebbe paura in quel momento. Spostando di poco la testa, riuscì a guardar fuori dalla finestra, notando che stava per tramontare. Era passato un sacco di tempo. Serrò un attimo le labbra, poi annuì tra sé: prese a camminare verso casa, con l'album sotto il braccio. Era tempo di tornare da mamma, e magari di cenare e giocare con il gatto. Ma in cuor suo, sapeva che nulla sarebbe rimasto come prima, da ora in poi.




mercoledì 30 dicembre 2020

Solo una partita



- Dai solo una partita! -

- Hai quasi quarant'anni, ancora stai a giocare ai videogiochi! -

Ivan sospirò arrotolandosi sui gomiti la camicia bianca e linda di Armani - A parte che i videogames possono essere forme d'arte quanto i film ed i libr -

Alessio lo interruppe indicando la nuovissima console e il televisore al plasma a 64 pollici:

- Non dire cazzate, non puoi paragonare Le ali della libertà o Madame Bovary a Dead Racing 7 -

Ivan bevve un sorso di Matusalem, poggiò il vetro sul tavolino giapponese alla sua sinistra e rispose: - Avrei qualche dubbio anche su questo, ma ci sono giochi con storie profondissime, tematiche avvincenti e importanti, a cui ci ha lavorato una marea di gente competente... hai solo il vantaggio di poterci interagire. Entrare nella storia e -

Venne nuovamente interrotto: - I videogiochi vengono fatti per vendere, per il mercato, e appunto, ci lavora un sacco di gente, significa che non c'è un'idea autoriale dietro. -

Ivan accese la console e prese il Joystick: - Cent'anni fa si diceva la stessa stronzata sul cinema, ora è la settima forma d'arte, e forse la più importante. Che si voglia vendere un libro non toglie al libro la sua grandezza. E voler produrre arte per tenersela in soffitta, semmai davvero esiste ancora qualcuno che lo faccia davvero... a cosa servirebbe? Infine, francamente l'autorialità o l'originalità sono concetti stravecchi: ci sono libri scritti da più autori, e le buone idee sono buoni rimescolamenti di altre idee. Chi davvero, nel 2019 inventa una storia dal nulla? -

Anche Alessio si bevve un bicchiere, poi si sedette a fianco all'amico, su un bel divano in pelle. - Sarà, però non vorrai... -

Questa volta fu Ivan ad interromperlo, lo fece mentre stava scegliendo allo schermo la macchina: una Lamborghini modificata, rossa fiammante, con i cerchi in lega argentati: - Vorrei davvero giocare. Ho lavorato tutto il giorno a quel caso di merda. I clienti non mi stanno meno sul cazzo dei giudici, e ho bisogno di rilassarmi. Non mi sembra che masturbarmi o guardare una partita o leggere un libro al cesso sia moralmente migliore che una cazzo di partita a dead racing... OTTO, per la cronaca - sorrise.

Alessio si limitò ad alzare le spalle, ed il bicchiere, mentre il suo collega sceglieva il pilota. Ivan decise di chiamarlo "James Johnson"; l'avatar prescelto era alto, aveva i capelli biondi e gli occhi verdi (Ivan aveva i capelli neri, era di media altezza e gli occhi castani e molto decisi) ed alti punteggi in destrezza e coraggio, meno - per ora - in meccanica e controllo.

Con una musica alta e avvincente, la partita ebbe inizio. Dead Racing 8 non era ambientato in un circuito classico, ma clandestino. Si usavano auto "taroccate" e non c'era una pubblicità ufficiale, ma i soldi circolavano per sommesse interne.

James Johnson partiva dalla sesta posizione. La sua Lamborghini fiammante bruciò sul posto le due Ferrari che erano appena più avanti, superò al secondo giro di circuito una Maserati verde foglia e, dopo una sfida difficile e qualche sfregamento di fiancata, fece mangiare la polvere anche ad una Aston Martin.

Mancava solo la Porche nera: James recuperò lentamente ma costantemente terreno per tre giri, ed all'ultimo gira l'aveva quasi raggiunta. Alla terzultima curva arrivò a sfiorargli il culo con il muso, nel rettilineo che seguiva l'accostò e poi la superò ma all'ultima curva la Lamborghini di Ivan uscì di strada e si schiantò contro un albero fuori pista.

- Fanculo! - imprecò Ivan spegnendo la console e gettando il Joystick sul tappeto persiano: - Guardiamoci un film! -


***


James Johnson si risvegliò in un ospedale periferico. Era ancora leggermente intontito, aveva una benda sulla testa e una gamba ingessata.

L'infermiera, che il pilota giudicò una brunetta niente male, gli spiegò che era stato fortunato: solo qualche punto di sutura e la gamba rotta in due punti, ma i dottori l'avevano già "raddrizzata" e ingessata. Doveva solo stare in ospedale qualche giorno, poi, dopo un breve periodo di riposo, avrebbe fatto la riabilitazione e - se proprio avesse voluto - precisò la brunetta, avrebbe potuto tornare a rischiare la propria vita sulle auto.

James sorrise un po' amaro. Si rallegrò di poco guardando il sedere sodo dell'infermiera mentre stava per uscire dalla sua stanza, quando questa si girò a ricordare - Ah, e fra poco è orario di visita -.

Due ore dopo, infatti, suo fratello Mark venne a salutarlo. Si sincerò delle sue condizioni, gli sparò una mezz'ora di rimproveri, poi gli mostrò un regalo. Si trattava di una console portatile. Avrebbe potuto giocare e distrarsi nel periodo di convalescenza in ospedale.

È un gioco di macchine? - chiese James.

- Direi proprio di no, è... come dire, una specie di gioco di ruolo basato sulla moralità: sei un avvocato di una grande azienda e, di volta in volta, devi scegliere se "fare la scelta giusta", o quella più conveniente e magari illegale, con tutte le conseguenze del caso. -

- Tipo? -

- Tipo sai... minacci i membri della corte, ti allei con la mafia locale, oppure cerchi le prove o sconfessi il tuo cliente. Ovviamente a seconda delle scelte puoi perdere o vincere denaro, salire o scendere di moralità o rischiare di brutto la vita.

A quello James ammiccò - Se non rischi tutto che gusto c'è? -

Mark scosse la testa - Non avevo dubbi. Sei senza speranza. E io sono senza caffè, a dopo. -

James lo salutò distrattamente. Stava già giocando: l'avatar del suo personaggio era di media altezza, aveva i capelli neri e gli occhi castani e molto decisi. Si chiamava Ivan della Teva, era italo-americano e, ovviamente, aveva una bassa moralità ed un'altissima propensione al rischio.

sabato 26 dicembre 2020

Isole




C’è qualcosa di ambiguo e sottilmente indefinibile,

che scorre tra le onde del mare ed una risacca avida, seducente ma impetuosa,

che dimentica pietà e regala antiche speranze, perduti raccordi, e sempre sacri incontri.

Quando il nero sembra più azzurro del blu, allora vedi quanti colori può contenere un solo tono,

quante donne ve ne sono in una sola, e tra infinite sfumature è evidente che non vi siano razze, distinzioni,

ma solo diverse musicalità che, come i colori, sanno divenire perfettamente crioli.

Vi sono saluti che odorano di zolfo e di pesce, pollici alzati e pulmini stretti...

... imbarazzi linguistici, scambi difficili eppur divertenti, dove l’acqua calda scivola su circuiti elettronici, tastiere nuove e firme che non t’aspetti.

Ma ognuno è quel che è, e più ti stacchi più ti specchi, in controparti, sicure insicurezze… e singolari provvidenze.

Dove scorrono botti, tappi vigne metalli, ma non v’è vino; dove scendono villaggi, annegate in piscine e microfoni potenti, ospedali che fanno i brillanti, e ti ricordano l’Europa, quella vestita di bianco e di rosso, che di ermellini pianifica la sua mattanza.

Un colpo ancora, di acini e di faraoni, di schiavi e di nostalgie; che più vedi una cosa, più ti torna alla mente l’altra. 

Nel deserto un vulcano, nel vulcano una foresta, nell’attesa una voce bassa, e capelli che solo tu conosci, ma che non ti riconoscono.

E tra sentieri, polvere e nuvole, ti sperdi un poco; un poco ti ritrovi e, nell’irrequietudine che ti porti dentro, ma non sai seminare, ti chiedi se ancor ti serva quell’attaccapanni e quel cappello.

 Un seme che cresce, se si bagna bene, ma ha paura ad andarsene via da solo, senza foglie; ma nessuna foglia può seguirti, se ha paura di volare, di cambiare.

 Come assaggiar una minestra: ti pare troppo amara, troppo dolciastra, troppo vasta, ma ne stai già chiedendo dell’altra.

mercoledì 16 dicembre 2020

Con te

 

Illustrazione di: Fante Nero Art: https://www.instagram.com/fante_nero_art/ (andate a sbirciare!)
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Con te

il ticchettio dell’orologio è più forte

Con te, 

mi sembra di sentire di più il freddo, ma non c’è imbarazzo a vestirsi di buffe coperte

Con te, 

le poche macchine che corrono lungo la strada... sembrano aerei che avanzano, ma senza volare.

Con te, 

la finestra del vicino sembra più lontana, ma la luce è calda, e intensa. La quotidianità sembra viva. A volte basta una schiena, o vedere alzarsi un braccio per indovinare - o immaginare - tutto un rituale, o sentire un discorso. 

Con te, 

Il tempo si colora più facilmente di nostalgia e di odori passati.

La notte fa un po’ più paura, ma il silenzio sembra pieno di possibilità nascoste e senza nome. 

Mi chiedo in quante case tu sia ora, quali cuori stringi o accarezzi. In quali bicchieri ti raggomitoli, in quali lavandini ti accumuli, in quali poesie ti raccogli. 

Ti immagino come l’alone sui vetri, come i nasi sulle finestre, come le luci che si spengono e le preghiere che si alzano. Come gli amori che non avvengono.

...Le scelte da compiere, e le cose “da fare” per sentirti di meno. 

Però...

Perché sentirti di meno?




lunedì 10 agosto 2020

Il pendolo: costruirlo, utilizzarlo, interpretarlo.


In questo video vediamo l'esperimento del pendolo di Chevreul.

Vedremo come costruirlo semplicemente, come utilizzarlo, ed infine ci chiederemo sia come funziona il suo movimento (cosa lo fa muovere? cosa può dirci?) sia cosa possiamo trarne ed altri livelli.
Al solito, lo scopo di questi giochi \ esperimenti è trarne una riflessione su più fronti.
Anche il pendolo, infatti, può essere visto dal punto di vista filosofico.