giovedì 28 febbraio 2013

La neve e la piazza

Per un sottofondo:


La neve e la piazza


In una piazza affollata, ma confusa, un giorno si incontrarono due vecchi volponi. Stavano su una sorta di piedistallo, non poi tanto giusto, ma oramai presente. Non tanto stabile, specie per la folla di sotto in confusione, ma loro sembravano star bene lì. Consapevoli o meno della loro situazione.

Entrambi avevano una bandiera. Dietro la bandiera, alcuni appunti: delle liste, cose da fare nel prossimo futuro e in quello meno prossimo.
Le bandiere erano belle, ogni volpone ci teneva tanto alla bandiera che portava.
Forse troppo.

Ma le bandiere erano anche brutte: perché, da una parte, nascondevano le parole incise dietro di loro. Dall'altra, erano così ampie che impedivano ai due volponi di vedere tutta la folla della piazza: confusa, ma ansiosa e speranzosa. Forse piena di difetti, ma sempre viva. E per chi non lo sapesse, ogni vita è irripetibile. Non è mai bello calpestarla, o ignorarla, solo perché ha fatto qualche errore. Perché è uno scrigno potenziale di cose che non torneranno più.

Quelle bandiere, non nascondevano solo le parole che avevano incise sul retro, e la folla che guardava i due volponi, ma non permettevano neppure ai due di guardarsi.

Così, i due volponi si guardavano le scarpe, senza veramente guardare la folla, né il proprio interlocutore. Avevano belle scarpe(anche se avevano qualche toppa, entrambe le paia). Ma non sapevano chi le avesse più belle. Così litigavano per quelle. Ognuno diceva che la folla si era radunata per vedere le sue scarpe. "Guarda quanta gente! Vengono per vedere le mie scarpe!" "Ma no! Vengono per vedere le mie!" "Ma allora sono stupidi, non capiscono niente, come si fa ad ammirare delle scarpe così!" "E' colpa tua, le tue sono scarpe fosforescenti e attirano gente, ma in realtà sono orribili! Sei un menzognero!""Ma sono così perché il tuo calzolaio, vent'anni fa, ha prodotto i materiali sbagliati. Troppo colorati, troppo farlocchi. Ci credo che è fallito, poi!" "Ma no, è colpa del tessitore che, 25 anni fa, ha intessuto la stoffa sbagliata, la pelle più brutta!"

E ovviamente continuarono così, per questa via.
La folla li guardava, senza sapere davvero che fare. E una folla non è mai una vera folla: è composta da tanti singoli individui. Per fortuna. Perché una persona, è irripetibile. Ma una folla, è una cosa che si ripete spesso: è così noiosa!

Qualcuno tra la folla scriveva dei piccoli bigliettini come dei post_it, di tanti colori diversi, poi li lasciava andare nel vento: fissava per un po' il suo bigliettino sperdersi nel cielo, poi non se ne curava più: per un attimo si concentravano sul piedistallo dei volponi, sul cielo stesso, poi tornava a far niente. Come se tracciare quel post-it fosse l'unica cosa che potesse mai fare.

Alcuni tra la folla urlavano che le scarpe del primo volpone erano talmente belle - come del resto la sua bella bandiera - che non era neanche il caso di fare un confronto, di discuterne. Altri si limitavano a insultare il secondo volpone perché aveva delle scarpe troppo nuove, non sapeva apprezzare le regole della moda. E certe cose, accipicchia, vanno rispettate. Altri ancora, arrivavano a dire che le scarpe del primo volpone erano brutte (o troppo piccole), per colpa delle scarpe del secondo volpone, che erano troppo appariscenti (o troppo grandi) e viceversa.
Altri ancora, quasi tremanti, puntavano il dito contro il piedistallo in mezzo alla piazza, dove stavano i due volponi, e facevano notare che se continuavano a litigare, sarebbe caduto e, per la cronaca, caduto sulla folla.
Altri ancora gridavano che quel piedistallo proprio non dovrebbe esserci.
Certi altri, ancora, urlavano che quel dannato piedistallo farebbe bene a cadere, ma possibilmente un po' più in là.


In tutto questo caos, come per aumentarlo (o forse no) arrivò una gelida bufera: era tremenda, spazzava via i pochi abiti della folla confusa, che si mise a tremare per il freddo. La neve scese a coprire i lustri e le statue della piazza, ed il vento scuoteva anche il piedistallo su cui stavano i due volponi.
Alcuni piansero, vedendo le statue nascoste nella neve: quella bellezza sprecata, perché nessuno poteva più vederla. Ma la maggior parte nemmeno se ne accorse. Pensava che l'unica cosa da guardare fosse quel piedistallo.

Allora la folla gridò ai due volponi che con quella bufera avrebbero fatto bene a decidersi, altrimenti sarebbero congelati tutti.

Alla fine, non si seppe bene come finì tutta questa strana storia.
Come sempre, in tutte le cose c'è una versione ufficiale, ed una ufficiosa. E di solito non si è mai d'accordo su quale sia quella ufficiosa, e quale sia quella ufficiale.

Qualcuno dice che alla fine la bufera divenne ancora più gelida, trasformò in statue di ghiaccio (immobili, ma ancora col pensiero del litigio nel cervello di brina) i due volponi, e sterminò gran parte della folla.
Qualcun altro dice che la bufera portò via le due bandiere. Le disperse nel vento. Ed allora, allora i due volponi furono costretti ad alzare lo sguardo dalle proprie scarpe: alzarono i visi e videro le scritte dietro alle bandiere.

Notarono che, oltre la parte anteriore, quelle bandiere portavano scritte, liste e progetti in parte simili. E allora smisero di litigare. Non son mica diventati amici, sarebbe una cosa un po' falsa. In fin dei conti erano volponi molto diversi, con bandiere diverse. Ma smisero di guardare solo la parte anteriore, di quella banidera, e cucirono, di volta in volta, le parole che si assomigliavano, a formare un racconto caldo, che potesse scaldare almeno un po', da quella tremenda bufera.

Altri ancora, dicono che invece ad un certo punto la folla se ne andò. E i due volponi rimasero a litigare e congelare sul loro piedistallo. E neanche si accorsero, di non avere più una bandiera, e che i loro piedi erano nudi.

martedì 26 febbraio 2013

Le lacrime di Montorfano



Montorfano. Perché Montorfano? Perché un tempo il monte, sì, quello che assomiglia un po'ad un brontosauro addormentato, un po' ad una tartaruga senza testa, era legato ai monti di Brunate. Un tempo. Poi litigarono. O forse fu un movimento terrestre. Una scossa. Una cosa così. E si separarono, da allora quel monte è un monte solo: un monte orfano. Tutto vero? Alle volte. Perché la verità è una cosa così. Un momento. È qualcosa che percepisci vera, essenziale, netta in un dato momento... come una crepa nel ghiaccio che poi viene ricoperta da una nuova notte di freddo. O un'increspatura nel lago che presto svanisce, per ricomporsi altrove, un poco più in là. Uguale e diversa. Tu di' una frase... ed aspetta che sia vera. Quando l'onda passa, sentirai il bisogno un'altra increspatura, e per un po' sarà più vera di prima. Per dire, Montorfano si chiama Montorfano perché è sempre stato solo. Guardava gli altri monti e si sentiva diverso, triste, malinconico. Tutti con la loro mamma, e lui abbandonato a sé stesso. Senza uno straccio di roccia per farsi compagnia, e per giocare con gli ululati del vento alla sera. Era immensamente triste. Così un giorno, quando dei bambini gli chiesero come mai era così giù, lui gli raccontò la sua verità: si sentiva terribilmente abbandonato. Inesorabilmente solo. E allora pianse, pianse, pianse. E le lacrime scesero giù come una sorgente, fino a scavare una conca nel terreno e riempirla dell'amarezza del monte. Allora i bambini cominciarono a gridare: "Basta, non piangere Monte. Guarda, guarda! Non sei più solo". Orfano guardò in basso, e vide che ai suoi piedi era sorto un altro monte. Un fratello gemello, del tutto uguale a lui. E allora monte sorrise. E in effetti, ancora oggi, se lo guardi dalla giusta prospettiva, nel momento giusto, riesci a vederne le labbra verdognole, ed una fila di denti azzurri, un po' increspati.

mercoledì 24 ottobre 2012

Come mangiare un mandarino, o dell'esistere ora


Siete bambini intelligenti e sono certo che potete comprendere e mettere in pratica quanto vi dirò.
La Grande Via che ho scoperto è sottile e profonda, ma chiunque sia disposto a impegnare il cuore e la mente sarà in grado di capirla e di seguirla.
Bambini, dopo aver sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente.
Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza?
Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza.
Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando, staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza.
Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza?
Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gustate la fragranza e la dolcezza.
Così facendo, non potete apprezzare la natura splendida e preziosa del mandarino.
Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale.
Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale.
Ecco cosa significa mangiare il mandarino senza consapevolezza.



Vita di Siddharta il Buddha, Thich Nhat Hanh

lunedì 1 ottobre 2012

Il canto di me stesso

Song of Myself
 1 I CELEBRATE myself, and sing myself,
And what I assume you shall assume,
For every atom belonging to me as good belongs to you. I loafe and invite my soul,
I lean and loafe at my ease observing a spear of summer grass. My tongue, every atom of my blood, form’d from this soil, this air,
Born here of parents born here from parents the same, and their parents the same, I, now thirty-seven years old in perfect health begin,
Hoping to cease not till death. Creeds and schools in abeyance,
Retiring back a while sufficed at what they are, but never forgotten,I harbor for good or bad, I permit to speak at every hazard,
Nature without check with original energy.
 2 Houses and rooms are full of perfumes, the shelves are crowded withperfumes,
I breathe the fragrance myself and know it and like it,
The distillation would intoxicate me also, but I shall not let it. The atmosphere is not a perfume, it has no taste of thedistillation, it is odorless,It is for my mouth forever, I am in love with it,
I will go to the bank by the wood and become undisguised and naked,
I am mad for it to be in contact with me.
The smoke of my own breath,Echoes, ripples, buzz’d whispers, love-root, silk-thread, crotch andvine,My respiration and inspiration, the beating of my heart, the passingof blood and air through my lungs,
The sniff of green leaves and dry leaves, and of the shore anddark-color’d sea-rocks, and of hay in the barn,
The sound of the belch’d words of my voice loos’d to the eddies ofthe wind,A few light kisses, a few embraces, a reaching around of arms,
The play of shine and shade on the trees as the supple boughs wag,
The delight alone or in the rush of the streets, or along the fieldsand hill-sides,
The feeling of health, the full-noon trill, the song of me risingfrom bed and meeting the sun.
Have you reckon’d a thousand acres much? have you reckon’d theearth much?
Have you practis’d so long to learn to read?
Have you felt so proud to get at the meaning of poems?
Stop this day and night with me and you shall possess the origin ofall poems,
You shall possess the good of the earth and sun, (there are millionsof suns left,)
You shall no longer take things at second or third hand, nor look through the eyes of the dead, nor feed on the spectres inbooks,You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from your self. -----------------

 1 Canto me stesso, e celebro me stesso,
E ciò che assumo voi dovete assumere
Perché ogni atomo che mi appartiene appartiene neanche a voi.
Io ozio, ed esorto la mia anima,
Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo. La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo suolo, da quest’aria,
Nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i padri dei padri, Io, ora, trentasettenne in perfetta salute, ora incomincio, E spero di non cessare che alla morte.
Credi e scuole in sospeso,
Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai dimenticandoli,
Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli a caso,
Senza controllo, con l’energia originale.
2 Case e stanze sono piene di profumi, gli scaffali affollati di profumi,
Respiro la fragranza, la riconosco e mi piace,Il distillato potrebbe ubriacare anche me, ma non lo permetto. L’atmosfera non è un profumo, non ha il gusto del distillato, è inodore,
È fatta per la mia bocca, in eterno, ne sono innamorato,
Andrò sul pendio presso il bosco, sarò senza maschera e nudo,
Mi struggo dalla voglia di sentirne il contatto. Il fumo del mio fiato,Echi, gorgoglii, diffusi bisbigli, radice d’amore, filamento di seta, inforcatura e viticcio, Il mio inspirare ed espirare, il pulsare del cuore, il transitare dell’aria e del sangue attraverso i polmoni,
Il sentore delle foglie verdi e delle foglie secche, della spiaggia e degli scogli neri, del fieno nel fienile,
Il suono delle parole eruttate della mia voce abbandonata ai vortici del vento,
Pochi rapidi baci, pochi abbracci, un tendere a cerchio di braccia,
Il gioco delle ombre e dei riflessi all’oscillare dei rami flessuosi,
Il godimento da soli o tra la folla nelle strade, o lungo i campi o sui fianchi d’una collina,
La sensazione di salute, il vibrare del pieno mezzogiorno, il canto di me che mi alzo dal letto e vado incontro al sole. Hai creduto che mille acri fossero molti? che tutta la terra fosse molto?
Ti sei esercitato così a lungo per imparare a leggere? Tanto orgoglio hai sentito perché afferravi il senso dei poemi? Fermati con me oggi e questa notte, e ti impadronirai dell’origine di tutti i poemi,
Ti impadronirai dei beni della terra e del sole (ci sono ancora milioni di soli),
Non prenderai più le cose di seconda o terza mano, né guarderai con gli occhi dei morti, ne ti nutrirai di fantasmi libreschi,
E neppure vedrai attraverso i miei occhi o prenderai le cose da me,
 Ascolterai da ogni parte e le filtrerai da te stesso.

domenica 30 settembre 2012

Preferirei di no

"Nella fretta e nella naturale aspettativa di un'immediata obbedienza, me ne stavo seduto con la testa china sull'originale posato sulla mia scrivania, la mano destra di lato, nervosamente tesa nel porgere la copia, in modo che, emergendo dal suo cantuccio Bartleby potesse afferrarla e procedere all'esame senza il minimo indugio. Figurate la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo angolino, con voce singolarmente soave, ma ferma, Bartleby rispose: «Preferirei di no.»" Herman Melville, Bartleby lo scrivano.

venerdì 28 settembre 2012

Andai nei boschi

Sono andato nei boschi perché volevo vivere liberamente. Affrontare solo il fatto essenziale della vita e vedere se potevo apprendere ciò che aveva da insegnarmi, piuttosto di scoprire, nell'ora della morte, che non ero vissuto. Henry David Thoreau, Walden Del resto, in modo fin troppo letterale, qualcuno ci è andato davvero:





 A voi vi è mai capitato? Sì, ok, è forse più usuale pensare di andarsene ai Caraibi, in America, a Capo Verde o chissà dove, ma c'è anche chi, nel fantasticare la sua fuga dallo stress, dalla città, dalla società, dalle gabbie che lo attorniano e lo circondano, pensa di andarsene in montagna, nel bosco.

Conosco gente che ogni tanto salta fuori con l'allevamento di capre, o la semplice fuga nella baita deserta sopra il lago. Ora, sono interessanti questi "sogni", a differenza di quello dei Caraibi. Il secondo, delinea solo un evidente stato di stress (diciamo pure di scazzo) per cui si ha una gran voglia di spiaggia, cocktail, mare...

Ma decidere di andare a vivere nei boschi, come eremita o magari facendo parte di una comunità ecologica e autonoma (o mirante ad esserlo) di qualche tipo (in Italia ce ne sono più di quanto ci si aspetti, specie tra Marche e Toscana), dimostra invece una voglia di libertà, di inventarsi un metodo "altro" per campare e per vivere, senza per forza essere costretti alle abitudini, alle retoriche ed agli obblighi della città. Cambiano i tempi, cambiano i sogni. O forse le utopie, le strade che in qualche modo, colme di ricerca e di speranza, inseguono un destino personale, un walkabout.

 Ecco, a volte restano sogni, a volte qualcuno invece ci prova direttamente, praticamente. Senza neanche andare lontano, perché poi tutto dipende da una scelta concreta, un atteggiamento. Che poi la scelta sia continuativa o solo un esperimento, in fondo non cambia, se lo si fa per testarsi, mettersi alla prova (ognuno a modo suo). Un sentiero lo si può percorrere per un po', e poi decidere di cambiarlo. Tutto sta nell'avere ancora, un'altra scelta...

 Offro qui due esempi, quello di Mattia, un ragazzo dal vago accento bresciano, che da qualche tempo vive in una roulotte, su un terreno delle Marche, non lontano da qualche paesotto, che coltiva il suo orto e prevalentemente dei suoi frutti si nutre, che ha scelto le lucciole e le stelle invece delle discoteche e dei cinema.  http://www.youtube.com/watch?v=C9NL6cDCAJQ&feature=relmfu

Il secondo, tratta di Giovanni, un uomo che, sì, è decisamente in cerca, ha fatto varie esperienze all'estero (non parlo di lavori o di curricula, ma di vita) è che per ora ha trovato rifugio in mezzo al verde, anche lui vicino ad altre comunità, anche lui nelle Marche, anche lui in modo indipendente, autonomo, per poter scegliere di liberarsi da catene ed ambienti che non sentiva più propri. http://www.youtube.com/watch?v=VT-fRvRp_fc&feature=relmfu

Aforismi, Henry David Thoreau

“Law never made men more just; and, by means of their respect for it, even the well-disposed are daily made the agents of injustice. A common and natural result of an undue respect for law is, that you may see a file of soldiers, colonel, captain, privates and all, marching in admirable order over hills to the wars, against their wills, indeed, against their common sense and consciences. They have no doubt that it is a damnable business in which they are concerned; they are all peaceably inclined. Now, what are they? Men at all? Or small movable forts, at the service of some unscrupulous man in power? The mass of men serve the State thus, not as men mainly, but as machines, with their bodies. They are the standing army. In most cases there is no free exercise whatever of the judgment or of the moral sense; but they put themselves on a level with wood and earth and stones; and wooden men can perhaps be manufactured that will serve the purpose as well. Such people command no more respect than men of straw, or a lump of dirt. They have the same sort of worth only as horses and dogs. Yet such as these are commonly considered good citizens.” - Henry David Thoreau (Civil Disobedience) "La legge non ha mai reso gli uomini più giusti; e, per il loro rispetto per essa, persino i meglio disposti sono quotidianamente resi agenti dell'ingiustizia. Un comune e naturale immeritato rispetto per la legge è, come puoi vedere nelle file di soldati, colonnelli, capitani e tutti loro, marciando in un ammirabile ordine sulle colline andando alla guerra, contro la loro volontà e, peggio, contro il loro senso comune e la loro coscienza. Loro non hanno dubbi di essere dentro un dannato affare, essi sono inclini alla pace. Ora, che cosa sono? Uomini ancora? O piccoli forti mobili, al servizio di spregiudicati uomini di potere? La massa di uomini che serve lo Stato così, non principalmente come uomini, ma come macchine, coi loro corpi. Loro sono l'esercito permanente. In ogni caso non c'è esercizio libero di giudizio o della morale comune; ma essi mettono loro stessi tra la legna e la pietra; e uomini di legno possono forse essere costruiti affinché servano bene gli stessi propositi. Questa gente non ha più rispetto di un uomo che di un fuscello di paglia, o una zolla di polvere. Hanno lo stesso valore dei cani e dei cavalli. Nonostante questo, sono comunemente considerati buon cittadini. - Henry David Thoreau (Civil Disobedience)

mercoledì 26 settembre 2012

La giostra

America del Nord: Wyoming. Spiazzo erboso del Custer: luna park della famiglia Shandy. Giorno di chiusura, mattina presto. «E smontati... smontati smontati smon... Oh! Ce ne hai messo a staccarti, eh!» Billy Mustang si asciugò il sudore della fronte, nel farlo si accorse di essersi completamente sporcato di grasso il viso. Imprecò un paio di volte prima di gettarsi per metà nella fontana del parco. Tornò poi sui suoi passi per controllare la meccanica dell'ottovolante. Sospirò con una certa faticosa soddisfazione: manometterlo non era stato così facile. Non poteva certo crollare subito, il vecchio. C'è un momento adatto per tutto. E quello, era decisamente il momento di ereditare. Diede un'ultima occhiata al suo lavoro: il freno era andato. Tirare la leva poteva essere, ora, solo un inutile esercizio di ginnastica. Con lo sguardo seguì il percorso dell'ottovolante: sarebbe partito lentamente in pianura, per poi salire inesorabilmente fino in vetta. Da lì sarebbe disceso velocemente e, senza quasi rallentare, avrebbe compiuto il fatidico giro della morte. Nome quanto mai azzeccato, questa volta, perché sarebbe stato proprio in quel momento che la fila di cabine metalliche si sarebbe staccata, precipitando al suolo con Edward Shandy a bordo. Si mosse poi verso il capanno di legno, a una ventina di metri dalla giostra. Dentro c'era il generatore generale e gli interruttori elettrici di ogni attrazione. Voleva essere sicuro di non avere impedimenti, perciò lo chiuse e prese le chiavi del capanno: erano fissate, come sempre, su un chiodo di fianco alla porta, a poco più che altezza d'uomo. Le buttò a casaccio qualche metro più in là, nell'erba. Portarle via sarebbe stato troppo sospetto ma, nel caso la figlia fosse accorsa a spegnere tutto intuendo il pericolo, o se avesse dovuto fingere di farlo lui stesso, i secondi necessari a recuperare la chiave sarebbero risultati fatali. Come spesso capita nella vita: è questione di tempismo. Tornò poi in casa, mentre tutti ancora dormivano, fece una doccia canticchiando “Ring of fire”, di Johnny Cash. Be', non era proprio “Ring of fire”, di Johnny Cash, ma un po' tentava di assomigliarci. Ebbe uno strano tremito quando si guardò a lungo il pisello allo specchio, poi indossò un accappatoio verde e andò in cucina a preparare la colazione per tutti. Tutti che, nel caso specifico, erano sua moglie e il padre di lei. Lavorava in quel luna park da circa dodici anni, ed era sposato con Lucy Shandy da quattordici. Ed erano almeno quindici anni che aveva le palle piene del suocero. In sé non era neanche così stronzo, ma aveva quel suo fare terribilmente benevolo, comprensivo, quasi angelico, tale da riuscire effettivamente a fargli ricordare in ogni istante che se aveva un lavoro, era per lui, che se aveva una moglie, era per lui, che se non era proprio nella merda, era per lui. Lavorava, insieme al suocero, alla manutenzione delle giostre. Da dodici anni. E ogni anno, ogni giorno, lui era lì a ricordarglielo. Aveva più volte parlato di questo con la moglie, ma lei aveva un modo tutto suo di alzare le spalle e sorridere, riuscendo a compatire in un solo secondo tanto l'età e il carattere del padre quanto la sua sfiga. E, insieme, di chiudere ogni discussione. Lui odiava quella situazione quanto lei odiava quegli argomenti. Fecerò colazione in silenzio, mangiando uova e pancetta fin quando Billy non decise che era ora di struzzicare il suocero. «Signor Shandy ma, mi tolga una curiosità», girò lentamente il capo ad inquadrare l'intero parco giochi «Lei l'ha mai fatto un sacrosanto giro sulle giostre?». Edward gli rispose mescolando il suo caffè «Be', ogni tanto mi faccio un tuffo nel passato andando sui cavalli, o sul barcone... ma credo d'essere un po' troppo vecchio...» «Ma... l'ottovolante?» «Quello no.» «E perché?» Edward alzò le spalle, mentre il nuoro rincarava «Su avanti, lo ammetta, gestisce questo luna park da anni e anni e non è mai salito sul suo ottovolante.» «Non è vero.» «Voglio dire, non è la migliore delle impressioni che si può dare. Ci salirebbe su una giostra sulla quale il proprietario ha fifa ad avvicinarsi?» «Dove vuoi arrivare, Billy?» «Niente... solo, non ha il fegato per andarci» provocò. «Questa è bella, bella davvero,» ridacchiò il vecchio, pulendosi la bocca dall'unto del bacon. «Sono qui da più di metà della mia vita, come pretendi che non abbia mai provato tutte le giostre del parco?» «L'ottovolante no, sicuro.» Il vecchio scosse il capo con fare sardonico. Allora Billy riprese. «Su, mi dia soddisfazione, per una volta: cento dollari se si fa un giro ora sull'otto.» «Non scommetto denaro, non è da uomini onesti.» «Allora facciamo così: domani mi faccio doppio turno gratis e la lascio riposare, se ci sale.» «Bah, se proprio ci tieni a sgobbare per niente. Il fatto è che, Billy, per me neanche tu ci sei mai salito.» «Sa bene che non è vero... ad ogni modo, a lei il primo e poi la seguo, ok?» «E perché non insieme?» «Perché non voglio che mi abbracci per tutto il tempo, signor Shandy – ridacchiò Billy – una prova di coraggio si fa da soli: ci sta?» Shandy lo guardò con compassione, come si guarda un bambino che giocherella troppo convinto su una macchina da adulti «va bene, Billy, va bene...» Uscirono così di casa per raggiungere l'ottovolante, con passo fin troppo lento, e per l'età di Shandy, e per il sarcasmo di Billy, quando una donna in jeans e coda corvina li superò entrambi e, con un agile saltello, entrò in una cabina dell'ottovolante. Era la moglie di Billy. Entrambi la guardarono straniti, l'uno immobile e l'altro scuotendo gentilmente il capo. «Sembrate davvero quei politicanti che tanto odiate, sapete? Chiacchere e chiacchere, e poi vi fermate in mezzo al parco» rise, Lucy Shandy. «Ora, scommettiamo una cena di pesce da Andrea che la gentil donzella qui presente vi bagna il naso a entrambi e senza troppe storie si fa un bel giretto sull'otto?» Edward ridacchiò, tra l'orgoglioso e il soddisfatto. Billy iniziò a tremare. «Dai Lucy, scendi di lì, non è proprio il caso.» «Che? Una donna ora non può salire da sola sulle vostre cose da uomini? Sono troppo poco forte e virile o forse hai pura che Andrea ti spenni?» Lo provoco'. «Credo proprio che ci abbia fregati, caro mio» sorrise Edward, avviandosi ad azionare la partenza della giostra. «No!» Sbottò Billy, prendendolo per un braccio. «Ora sei davvero ridicolo, amore. È solo un gioco», lamentò lei. «Va bene... va bene, abbiamo giocato abbastanza, ora scendi, su, scendi di lì.» Billy per la seconda volta si asciugò il sudore dalla fronte. Edward si liberò dalla presa dell'uomo. «Quant'è vero iddio, non ti facevo così maschilista, figlio mio.» «Non sono tuo figlio» Billy gli rispose con rabbia. «Certo che sei strano forte tu, si può sapere che ti prende?» Billy scosse vigorosamente il capo, cercando di non guardarlo. Lo avrebbe ammazzato di botte, ma Edward riprese: «Con quel che ho fatto per te, queste risposte del cazzo proprio le dovresti evitare, e sai bene di cosa parlo.» «Sì, della merda che ogni volta devo pulire, della tua compassione del cazzo, io non ti ho mai chiesto proprio nulla. Nulla!» Edward lo colpì con uno schiaffo. Billy avvampò, ma non di rabbia: di terrore. Lucy era scesa dalla cabina mentre i due uomini litigavano, e piena di risentimento per il loro battibecco aveva azionato la partenza della giostra da sola, ed ora ci stava risalendo. Billy scavalcò il suocero, fece per fermarla, ma la cabina era troppo lontana. «No, no Lucy, ti prego, scendi di lì!» in risposta ebbe solo uno sguardo furente, colmo di rabbia per i discorsi che avevano sempre fatto, e che suo marito si ostinava a buttare al vento, litigando con suo padre... Billy, preso dall'agitazione del momento, si precipitò alla leva del freno per fermare la macchina, ma fu inutile: l'aveva manomessa questa mattina. Edward lo guardava come si guardano i dementi: con un briciolo di compassione, ma senza speranze. Allora corse a perdifiato al piccolo capanno dove stavano gli interrutori elettrici: doveva arrivarci prima che la giostra arrivasse al giro della morte, poi, sarebbe stata la fine. Sbattè contro la porta di legno: fece per aprirla, ma era chiusa. Alzò il braccio a prendere le chiavi che erano sempre attaccate al chiodo: niente. Nella frenesia del piano e nel panico dell'imprevisto, aveva dimenticato di averle gettate nel prato, questa mattina. Quando se ne ricordò, si gettò a terra alla loro spasmodica ricerca, scorticando zolle ed erbacce, sassi e grilli: le trovò infine con le mani tremanti e le inserì nella toppa della porta. Riuscì finalmente ad aprirla, quando dietro di sé sentì un terribile rumore metallico, un'eco struggente, urla, e infine lo schianto. Fissò il panello elettrico attonito. Non si era mai sentito così solo.

domenica 16 settembre 2012

Il bene e la bontà

Quella notte il cane, il gatto, il topo si ritrovarono a casa dell’orso. Si trovavano sempre a casa dell’orso, in verità, perché aveva la casa più grande. La singolarità di quella notte, non risiedeva infatti nel luogo d’incontro, e neanche in qualche partecipante: quei cinque infatti si ritrovano ormai da anni per i loro simposi. Simposi, sì. Infatti erano tutti animali filosofi, e coltivavano il piacere d’incontrarsi, per scambiarsi le loro opinioni sugli argomenti più svariati. Decidevano qualche giorno prima di cosa parlare, e al giovedì sera s’incontravano: erano animali da giovedì sera, del resto. Quella sera l’argomento della sera era “il Bene”. Argomentazione importante, disse l’orso, che era solito iniziare il dibattito presentando l’argomento in modo pragmatico. Che cosa rende una vita buona? Domandò ai suoi ospiti. Il primo a rispondere fu il cane, ben certo di cosa dire: la bontà della vita era certamente il lavoro, per cui la vita migliore era quella dedicata esclusivamente al lavoro. Il gatto scosse la testa quasi con sarcasmo, replicando che sulla dignità e la bontà del lavoro ci si riempiva troppo la bocca. Spesso il lavoro duro e monotono rendeva acidi e schiavi gli animali (non disse per rispetto del suo amico che proprio il cane ne era una decisa dimostrazione). No, il Bene, con la B maiuscola, era senz’altro il divertimento. Il topo, guardò tutti gli altri, ma non disse nulla. L’orso interroppe allora il suo fastidioso silenzio, e disse che il Bene (sempre con la B maiuscola) era la meditazione, l’ascetismo. Sia il lavoro, sia il divertimento, non erano che beni effimeri: l’uno portava alla fatica e alla monotonia, l’altro all’ozio e talvolta alla depravazione. Il Bene, era nella beatitudine della meditazione. Nella pace dell’ascetismo. Poco dopo, nel mutismo continuo del topo, il gatto, l’orso e il cane cominciarono a litigare con foga: scappò anche qualche insulto e qualche scappellotto, in nome del Bene. Facevano tanto chiasso, che non sentirono neanche bussare alla porta. Il topo invece, autoescluso da quel dibattito, andò ad aprire: fuori c’erano due mendicanti, con le mani protese. Non fecero in tempo a dir nulla, che il topo portò loro la sua razione di formaggio del giorno (era un topo molto povero), ringraziandoli per il sorriso che gli venne dato in cambio. Si voltò con lo stomaco vuoto e il cuore pieno, guardando gli altri litigare. Ma non ci dava troppo peso: si sentiva bene.