giovedì 19 luglio 2018

Monologo su felicità e lavoro, parte 2

Sì ma… non voglio intristirvi. Non è che debba andare sempre così, nella vita. Ci sono spesso degli impedimenti, degli ostacoli, dei ritardi. Ma si può anche scegliere eh! Scegliere. Per esempio… per esempio, quanti di voi hanno scelto il proprio lavoro? Vedete.. . vedete… va beh, come non detto. Però alla fine sì, si può scegliere la propria attività. E figuriamoci. Altrimenti saremmo schiavi, no?
Mi ricordo di una mattina… ero all’ospedale, per una visita. Una cosa semplice, non allarmatevi. Aspettavo in sala d’attesa. Ovviamente. E c’era tanta altra gente, ad aspettare. Così, non mi ricordo come, facemmo quattro chiacchere. Qualcuno ruppe il ghiaccio e cominciammo a parlare delle nostre occupazioni. Di cosa facevamo. Praticamente manco ci presentammo, ma in tempo zero avevamo organizzato una sorta di gara nell’elencare i lavori più inutili del creato! Che strana coincidenza…
C’era per esempio, quello che si definiva uno “scaldaletto”. Io l’avrei chiamato “tester di materassi”, ma era una cosa diversa. Lui non dormiva nei materassi, no. Lui lavorava per alcune persone famose, di stile… e… queste persone famose e di stile… odiavano andare a dormire sui materassi freschi. Avete presente la sensazione no? Quando sei appena entrato nel letto, e senti quel freddino su tutta la schiena, e così anche per le lenzuola. Ecco, per evitare quel fastidioso brivido alle persone famose e di stile, lui s’intrufolava nelle coperte per un poco, giusto il tempo di scaldarle, poi sgusciava via, e lasciava il posto ai padroni del letto.

Coincidenze

L’ago è inutilmente disinfettato, il dito teso. Il microscopio pronto per guardarmi dentro. Deposito quella goccia di me e osservo con cura quelle cellule che, nella loro semplice complessità, io sono. Finita l’osservazione chiudo il primo vetrino con un secondo, chiudo il quanto con della parraffina; infilo tutto in una busta: invio.

13 settembre 2007

Jeans neri, un maglioncino bianco aderente, capelli castani ben curati, e Claudia supera le prime dieci tavole della redazione per sedersi, come sempre, vicino a Marco: capelli neri corti, un completo marroncino e il sorrisetto imbarazzato di sempre.

«Come va?»

«Bene… ho ricevuto una strana lettera.»

Fantasia

  • Questa è la storia di Stefano, un nonno, uno di quelli col gilè sul petto e la pipa in mano, e di Arianna, una ragazza priva di fantasia.
    Stefano aveva avuto una vita modesta: aveva lavorato come impiegato di banca, e non si era mai mosso da casa, ma era riconosciuto da tutti come una persona gentile e accogliente. Da quando era andato in pensione, aveva iniziato un’attività singolare: radunava dei bambini disadattati in un salone, e li stimolava a raccontare storie. Una sorta di centro di recupero adolescenziale basato sulla scrittura creativa.
Lo scopo non era tanto quello di trasformare i ragazzi in scrittori professionisti, o di rendere famose le loro storie, ma quello di rendere piacevole una singola storia: la loro. Fu per quella sua passione che Stefano finì per essere chiamato ‘Cavastorie’: una sorta di versione buona del dentista.
Con una certa ispirazione (non quella della pipa, che non va inspirata) aveva chiamato questa sua idea “Samar”: la parola con cui gli arabi chiamano il parlare nella notte, arte di cui Sherazade è maestra. Il tempo di maggior attività per Stefano erano le feste di Natale: i bambini erano a casa da scuola e i loro genitori li portavano volentieri da quell’eccentrico vecchietto.

L'uomo di sapone

C’era un uomo fatto di sapone. Tu sai come funziona il sapone vero? Il sapone porta via lo sporco, sì, ma sai come funziona? Ci si lava con l’acqua, fa la schiuma e porta via lo sporco. Bene. E’ così, non è che dica di no, ma per farti capire la storia dell’uomo di sapone, devo essere un po’ noioso. Sì ne vale la pena. E’ un po’ come quando sei lì lì per finire il secondo e poi arriva il dolce, quello che preferisci. Quello che muovi prima il cucchiaio su e giù per anticiparne l’arrivo in tavola, mentre schiocchi la lingua e in bocca hai un sapore d’impazienza. Allora, il sapone è fatto di due parti. Davvero. Una è, per così dire, amica dell’acqua. L’altra, invece; be’, l’altra invece no. Una parte si abbraccia all’acqua, l’altra, invece, scappa via.  Ecco, la parte che non scappa via dall’acqua, si abbraccia allo sporco, per così dire, e lo porta via, perchè, intanto, la parte amica dell’acqua si è abbracciata a lei e guida tutto il resto.Come dici? Sì, è un po’ come quando porto via la mamma dalla zia Rita. La allontano dallo sporco.

Vedi, quest’uomo di sapone, era anche lui di doppia natura. Una parte era dolce, schiumosa, amante dell’acqua. L’altra, era vischiosa, scivolosa, a volte sinistra, frequentava cattive compagnie. Sì, un po’ come zia Rita. Ma anche peggio.

Tutto questo, faceva sì che l’uomo di sapone fosse davvero una strana persona. Come dici? Be’, è vero, già il fatto che fosse di sapone è abbastanza strano. Ma ti giuro che ci sono cose anche più strane. Comunque, all’uomo di sapone capitava quindi di frequentare i bassifondi delle città. Una sua parte si trovava magnificamente nei sobborghi, tra gente insomma poco per bene di quella che tipo la mamma ti direbbe di non accettare da loro le caramelle. Ma… una parte di lui rimaneva distaccata. Non riusciva ad ambientarsi. Un po’ come me alle feste di zia Rita o tu ai compleanni di Claudio. Dove insomma ci devi andare per forza ma non conosci nessuno e ti senti nel posto sbagliato e poi ti dicono quella frase davvero fastidiosa. “Ma dai…divertiti!” come se avessimo un tastino dietro la schiena che lo schiacci e pam, sprizzi gioia da ogni poro. Pessimo.

Intrusa

Mi sveglio, e la prima cosa che vedo è una donna nel mio letto. Intendiamoci, nulla di spiacevole, né di stravagante, se non fosse che non ho la minima idea di chi sia.

Non la sveglio, ancora. La osservo con cura, in cerca di qualsivoglia particolare che mi sia familiare, ma dalla forma delle labbra, alla punta del naso, alla posizione in cui dorme… tutto mi è estraneo. Mi alzo ancora perplesso, vado in bagno e mi getto dell’acqua gelata in faccia, nel tentativo di svegliarmi. E’ sicuramente un sogno. Sospiro, poi torno indietro. Niente. È ancora lì.

Vado sul balcone a fumare, tentando di ricordare che diavolo ho combinato la notte precedente. La cena, la discoteca… Niente eccessi, niente follie, niente donne.

E’ una bella donna, avrà più o meno la mia età, non russa neanche – non ho nulla contro di lei – non la conosco neppure, però, insomma; che cazzo ci fa nel mio letto?

Torno ancora alla stanza, pensando di prendere le cose alle spalle. Se è davvero successo qualcosa, dimenticarsene e chiederle chi è sarebbe poco carino. Farò finta di nulla e vedrò cosa succ… aspetta.

D’improvviso, vengo calamitato dalla fotografia di mia moglie, quella sul tavolo in sala, la prendo tra le mani e la studio. E’ indubbiamente mia moglie. Dieci anni di matrimonio non si scordano facilmente. Foto in mano, torno in camera da letto. Guardo la donna sconosciuta e capisco. Capisco che mia moglie mi è divenuta completamente estranea. Estranea quanto un’intrusa nel mio letto.

Utilità

Alcuni gesti nervosi dei tecnici dello studio lo informarono del tempo limite. Fabio socchiuse gli occhi, non per fastidio, ma per noia; col plettro accarezzò le ultime note della sua canzone, nella sala di registrazione. La sentì risuonare ancora un po’, poi fece un cenno verso i fonici di là del fumoso vetro, e uscì.
Sul portico esterno, Marco, il bassista, lo raggiunse – Che hai?
Fabio si accese stancamente una sigaretta – Non mi piace, Marco, non solo non sfonderemo mai, ma non trovo più senso in quello che faccio, nelle nostre canzoni.
– È difficile, ci vuole tempo.
– Sì, ma non sempre c’è, e sto perdendo il gusto: nessuno apprezza il nostro lavoro – e avrebbe volentieri continuato così, come da tempo, ma il telefono lo interruppe. Era l’ospedale.
Marco vide il suo viso dapprima tirarsi in una maschera di terrore «è per suo figlio, ha avuto in incidente… in motorino» per poi rilassarsi lentamente «no, non si preoccupi, é solo una distorsione… al braccio. Solo per accertamenti sarebbe meglio…»
– Devo andare…
Marco annui – sì, ne parliamo poi.
Salì sulla Guzzi, e andò all’ospedale. Veloce passaggio al centralino, poi nella 404.
– Allora, che hai combinato?
Il ragazzo stava steso sul letto, una fasciatura al braccio destro – Eh…ho frenato sulla ghiaia e ho perso l’equilibrio.
– Bravo – infierì ironicamente il padre.
– Hanno detto che non hai nulla di che, ma per sicurezza preferiscono tenerti qui sta notte, d’altra parte saresti costretto a tornare con me in moto, oggi: non è il caso, anche se almeno non rischieresti di cadere – sorrise
– Ah! ah! –  fece la smorfia del figlio – Piuttosto, come va il lavoro, sei ancora in crisi?
– …Vago nell’inutilità.. – non trovò altre parole, ma solo un sorrisetto amaro – Ma…vedremo, e… a domani.
– Sì…buonanotte.
Fabio gli passò la mano fra i capelli, gesto che sapeva quanto il figlio odiasse, prima di uscire dalla stanza.

Il silenzio




Vivevo sulle strade di Mosca. Da qualche tempo avevo perso mia mamma e, quasi di conseguenza, la nostra casa. Ne avevo trovate altre di case, però: la sorte si rimise in piedi, in un regalo di quella solidarietà unica dei momenti tragici.
Quel punto e a capo da cui ricominciare. Del resto ero giovane e forte: non c’erano motivi per lasciarmi andare. Forse l’avrei fatto, se fossi stata sola: sarei andata vicino al fiume, e mi sarei lasciata trascinare dalla corrente.
Avevo però molte case e molte famiglie: il sabato e la domenica li passavo al ristorante di zio Serjei. I camerieri lasciavano sempre per me un buon piatto e perfino il proprietario mi donava un sorriso, una parola buona. Il lunedì mi apriva le porte il professor Romanòv e trovavo anche il piccolo Ivan a corrermi incontro e, in un certo senso, mi prendevo cura di lui.
Quando lo facevo, stavo meglio anche io. Pensai che forse era per questo che mi volevano bene: voler bene a qualcun altro è un modo per prendersi cura di sé. Il martedì e il mercoledì mi faceva compagnia il prete di quella piccola chiesa di periferia. Aveva una barba buffa, una voce calda e regali semplici. Infine, il giovedì e il venerdì li passavo alla scuola elementare: stare tra i bambini era bellissimo. In ogni riso e in ogni grido vedevi il futuro della città, la sua vera vita.
Godevo della ripetizione delle circostanze, del calore della routine: non l’ho mai trovata noiosa. Ogni giorno ti dava qualcosa di diverso, eppure seguiva una coerenza familiare che ti teneva come tra calde coperte: ti coccolava. Un giorno, poi, vennero dei signori strani: mi trovarono tra il ristorante e la casa del professore e mi portarono su un camioncino poco lontano, non so bene dove. In qualche modo sapevo che ero costretta, ma anche queste nuove persone erano gentili.


Versioni

Di ogni storia ci sono almeno due versioni: quella ufficiale e quella ufficiosa.
La prima è quella che si diffonde tra la gente, quella che il protagonista accetta pubblicamente e, di norma, è un discreto tessuto di stronzate ricamate intorno ad una piccola pezza di verità.
E’ alla storia ufficiale che spetta il gravoso viaggio dalle bocche alle orecchie della gente – con qualsivoglia intermediario uno preferisca – è questa versione della storia che ingrassa a non finire ad ogni passaggio, esplodendo parole unte di grasso e infinite interpretazioni per il mondo.
La versione ufficiosa è più intima: odora di lenzuola nuove e caffè a letto. La si racconta a chi, si spera, non ha la tendenza a diffondere i tuoi segreti come fossero volantini per l’inaugurazione del nuovo locale in centro.
Se il protagonista della storia, poi, è giovane e i genitori non sono ancora stanchi di preoccuparsi per lui, allora esistono almeno tre versioni del suo racconto: la terza esiste solo per mamma e papà.

Una lunga strada asfaltata si allunga tra due corridoi di case popolari, si estende pigramente e mal trattata fino a frantumarsi in piazza del Popolo in una serie di vie minori. Un sole grigio da cui dipartono molteplici raggi della stessa tonalità, ma diversa intensità. Un nucleo atomico che spara i suoi elettroni verso l’esterno: ionizzazione urbana.
Noi seguiamo una scheggia che si muove direttamente verso il centro storico. Una strada che perde l’asfalto improvvisamente, appena si passa sotto un arco di torri romane: porta Torre. L’asfalto si sgretola e si ricompone in un tappeto di ciottoli grigio bianchi; le ruote delle macchine lasciano il posto alle scarpe e ai sandali delle persone. Le case popolari si dileguano per far spazio ai negozi per turisti: trappole per topi che si credono uomini. Con loro, ai fianchi delle strade, gli uffici legali, qualche piccola banca, i dentisti. Superiamo la piazza, lasciamo la diffusione del libro al suo destino e andiamo a farci una birra. Anzi, siamo già lì.


Sole rosso



Sole rosso, rosso di sangue tagliato dalle sbarre della cella. Odore di polvere e di vita spezzata. La puzza di un criminale inglese lascia il posto a quella di un ribelle scozzese: la mia.

Mi rallegra il fatto di valere più di un frocetto in rosso. Mi rode d’avergli salvato le terga.

Così ha deciso quel grand’uomo di Cumberland. Macellaio di sogni e di scozzesi, figlio d’un bastardo inglese.

C’eravamo quasi. Edimburgo è stata nostra: Auld Reekie, vecchia sporca città. Liberata dai lealisti: nostra.

Signoreiddio, roba da storia. Loch nan Uamh, radura di Arisaig lo vide per primo: Bonnie Prince Charles, il giovane pretendente, figlio di Giacomo. Sbarcò in Caledonia e radunò i Clan Cameron e MacDonald a Glenfinnan sotto lo stendardo Stuart. Da lì a poco, il ‘45. La nostra riscossa.

Le truppe inglesi di Highbridge non ci videro neanche, che già gli avevamo schiaffeggiato le chiappe. Il reverendo John Cope, esimia testa di fango, capo delle guardie di Edimburgo pensò bene di anticiparci ad Inverness. Perfetto: lo lasciammo pascolare per occupare comodamente la città e Holyrood Palace.

Bonnie Prince Charlie: Re di Scozia. Dovevamo solo farlo sapere. E con lui, l’indipendenza.

John Cope pensò di riprendersi la città, ma dovette ricredersi quando un branco di gonnellini, mazze, asce, cornamuse e quanto Dio lasciava nelle mani dei nostri lo stesero. In dieci minuti.

Dieci minuti e quelli si ritrovarono più in mutande di noi. E il Bel Charlie, padrone di Scozia.

Non gli bastò. Esaltati dalle vittorie, entrammo in Inghilterra; destinazione: Londra. Alzare la parrucca di Giorgio ed abbellirgli il cranio di una sciabola celtica.

Cadde Carlisle, poi Manchester, poi Derby. Un’orda di Tartan incazzati. Alla parola “Claymore”, segnale d’attacco, rivoltavamo gli Inglesi con cariche, urla e mazzate. Un gioco semplice, finché riesci a convincerti che è un gioco.

Dio solo sa quanto avremmo potuto prendere perfino Londra. Centoventisette miglia, e Giorgio sarebbe stato nostro.

Se quei dannati francesi non si fossero persi in mare.

Se Bonnie avesse dato retta a Murray il soldato, e non a O’Sullivan lo scribacchino.

Se Dio avesse puntato un po’ di più su questi bizzarri giacobiti.

Allora Londra sarebbe in Scozia, e la Scozia sarebbe Libera.

Risalimmo nell’inverno verso Glasgow, poi ancora ad Inverness. “Per ritrovare le forze, per risollevare il morale”. Avevamo morale sufficiente per farlo piombare sul Re!

Vincemmo a Falkirk, ma non era lì che dovevamo vincere. Cumberland ci stava sempre dietro. Come una mamma diffidente, come un gratta borse, come un cane bastardo.

Prima o poi avremmo dovuto incontrarlo, il cane. Straziati dalle battaglie, esaltati ed ammaccati dalle vittorie, delusi dall’allontanarsi dalla meta. Quattrocento uomini ci arrivarono direttamente dal fronte lealista, traditori mandati da una donna infedele al marito, ma fedele alla Scozia. Lady Mackintosh. Grazie, colonnello Anne.

Il giorno fu Il 17 Aprile del ‘46.

Il luogo fu Culloden. Blàr Chùil Lodair.

Il quindici, avremmo dovuto assaltarli il quindici. Il compleanno del duca: acquavite doppia per i soldati. Avremmo dovuto prenderli mentre ancora si scaldavano la gola. Il tempo di qualche rutto e avrebbero vomitato anche il cuore.

Ma le contese interne, le decisioni sul modo di agire non ci permisero di farlo in fretta, di sfruttare il tempo propizio, l’attimo fatale, bagnato di festa e vapori alcolici.

Gesù santo, fu un disastro. Al nostro “Claymore!” ci infangammo nella radura di Culloden. Fango che rallentava, ginocchia che crollavano su quel terreno che di cariche scozzesi non ne voleva sapere. E quelli sparavano che Dio la mandava.

Spade contro moschetti. Scudi contro baionette. Per non parlare dei Cannoni. Solo gli Hannover, alleati del Duca, erano pari a noi di numero. In più avevano i dragoni e traditori dei Clan.

Ci scontrammo nella nebbia, cadendo prima di arrivare. Le cornamuse si spensero nel sangue e tra il rombo dei fucili.

Cumberland ordinò di finire i feriti, di inseguire i fuggitivi. Lord Kerr ed il generale Hawley li stanarono sulle colline.

Quasi novemila patrioti scozzesi caddero a contemplare quell’ «azione così grande; quella vittoria così completa».

Io la contemplo nella solitudine di una cella. Serrando gli occhi per non vedere il sole. Per non vedere il sangue. Quello che non vedrò più sono i tartan strappati dalla tradizione scozzese. Quello che non sentirò più sono le nostre cornamuse.

Cumberland ha sbattuto fuori i criminali inglesi dalle prigioni per fare posto a noi. I pochi rimasti dall’orrore di Culloden. Mi chiedo perché lo faccia: ci resteremo poco.

Ecco, non posso sfuggire al sole: mi buttano fuori in catene, nel piazzale aperto. Vedo qualche compagno, la folla d’insulti, i ricordi degli spettri.

Ringhio al boia: un attimo di paura sul suo viso, prima che mi ammazzi.

A forza mi sbattono sul patibolo. La corda al collo, e negli occhi il fiore di Scozia.

Poi il sole rosso.

Rosso del mio sangue.

La Corrente




Il mare ferito dalla barca piangeva una spuma candida. Presto sarebbero arrivati presso Tropea, là si sarebbero immersi in acqua per l’esercitazione subacquea. Era un corso per già praticanti, per cui avevano tutti una certa indipendenza: tanto che non si conoscevano neppure; la maggior parte di loro non si era nemmeno mai vista. Questo vale soprattutto per Anna che, come spesso le capitava di fare, arrivò in ritardo. Cosicché saltò al volo sulla barca, tra gli altri che avevano già indossato la tuta e la maschera da sub. Trovò ridicola la scena di trovarsi tra tanti sconosciuti mascherati, tanto da poterli differenziare solo per la marca della tuta o il colore delle bombole d’ossigeno.
Solo questo sapeva di loro. Fu per quello che, non ancora saltata sulla barca, si mise subito la maschera sul volto: se lei non poteva vedere loro, decise che la cosa più equa fosse non concedergli maggiore consapevolezza nei suoi confronti.

Il viaggio fu breve e, presso un alto scoglio di roccia scura, la barca si fermò. L’equipaggio fu trasportato, per un poco, a motore spento dalle modeste onde del mare di luglio.
Pochi istanti dopo, uno per volta, si tuffarono come seguendo una scaletta già stilata, o una procedura mai decisa.